Andrea G. Pinketts.
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Ah, s?  E io lo dico a Pinketts!
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2020. Biblioteca Comunale/Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questo testo sono raccolti i 3 volumi pubblicati postumi che raccolgono varie produzioni del geniale Pinketts.
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L'AUTORE.
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Andrea G. Pinketts, pseudonimo di Andrea Giovanni Rodolfo Pinchetti (Milano, 12 agosto 1960. Milano, 20 dicembre 2018),  stato uno scrittore e giornalista italiano.
Vincitore di premi letterari, tra i quali spiccano due edizioni del Mystfest e il premio Scerbanenco, ha alternato la carriera di scrittore a quella di giornalista, conducendo inchieste per riviste. Celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama grazie ai quali ha, tra le altre cose, contribuito all'arresto di alcuni camorristi nella cittadina di Cattolica, a smontare la bufala mediatica del processo ai Bambini di Satana a Bologna e a suggerire il profilo di Luigi Chiatti, detto il "mostro di Foligno".  morto il 20 dicembre 2018 all'et di 58 anni all'Ospedale Niguarda Ca' Granda, dopo aver lottato per un anno contro un tumore alla gola.
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Volume 1. 
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Prefazione. a cura di Associazione Culturale Andrea G. Pinketts.
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La cosa pi stupefacente dello scrittore Andrea G. Pinketts - ma anche del Pinketts ospite o conduttore di eventi letterari -  il suo cervello. La sua cultura - al tempo stesso alta e popolare, fatta di libri, teatro, fumetti, filosofia, tv di massa, cinema d'autore e di quartiere, discorsi profondi e chiacchiere da bar - e la sua rapidit nel creare collegamenti, paragoni, sovrapposizioni, nella lingua come nei significati.
Chiunque lo abbia visto scrivere racconti, articoli o prefazioni, a mano con la sua fida stilografica, solitamente al tavolino di un bar, non poteva non sorprendersi dalla velocit con cui fluivano le parole, esattamente come quando presentava al pubblico un libro o una mostra, con un talento scenico insolito per un uomo di penna, che si riflette anche sulla pagina.
 stato definito uno scrittore di gialli, definizione alquanto riduttiva. Ma di fatto  partito dal giallo per definizione: Il Giallo Mondadori, ovvero la collana nata nel 1929 - al cui colore di copertina si deve l'uso del termine "giallo" nel senso di delitti e misteri - che nel dopoguerra rinacque come periodico da edicola. Negli anni Ottanta Il Giallo Mondadori era un settimanale ad alta tiratura, contenente un romanzo, un racconto proveniente dall'Ellery Queen's Mystery Magazine, un racconto di autore italiano, rubriche e articoli.
In quello stesso periodo il giovane giornalista Pinketts alternava interviste a personaggi televisivi (dai grandi dello spettacolo a vallette pi o meno conosciute) a vere e proprie inchieste che a Cattolica gli valsero un premio e, addirittura, il ruolo di detective comunale - con il titolo di "sceriffo" - per indagare sulle infiltrazioni locali del crimine organizzato. I reportage investigativi continuarono fino agli anni Novanta, quando ormai, con le frequenti apparizioni sul teleschermo, il suo volto era divenuto troppo noto per consentirgli di assumere false identit.
Su Il Giallo Mondadori Pinketts approd, prima ancora che come saggista e recensore, con il suo racconto vincitore al MystFest nel 1984: la sua prima pubblicazione come scrittore, che trovate in apertura di questo ebook. In Ah, s? E io lo dico a Pinketts appare per la prima volta un suo omonimo alter ego, detective privato in un luogo che  sia la sua Milano anni Ottanta sia un'America immaginaria da poliziesco anni Quaranta. Il suo giallo di elezione non  infatti il classico mystery all'inglese, piuttosto il filone hardboiled di autori come Dashiell Hammett, Raymond Chandler e i loro numerosi epigoni, filtrati per attraverso la parodia.
Uno degli articoli che qui vi proponiamo, la recensione di un giallo umoristico,  di fatto un breve saggio su questo sottogenere ibrido. Vengono citati due dei riferimenti culturali di Pinketts: Carletto Manzoni, autore negli anni Sessanta di un ciclo di romanzi comici che parodiavano le traduzioni dei polizieschi americani, e Frdric Dard, che dal 1949 scrisse oltre duecento romanzi sul commissario San-Antonio, pubblicati con successo anche in Italia dagli anni Settanta. In entrambi i casi si notano un uso creativo del linguaggio e titoli irriverenti e fantasiosi, due aspetti che entrano subito a far parte della natura di Pinketts. Oltre al cognome del suo personaggio principale, Lazzaro Santandrea, che richiama (forse inconsciamente) l'eroe di Dard.
Ma tra le ispirazioni del nostro autore va sicuramente aggiunto Fred Buscaglione, con l'universo evocato dalle canzoni da questi scritte insieme a Leo Chiosso negli anni Cinquanta, brani che lo stesso Pinketts si divertiva a citare e cantare. Buscaglione, del resto, era stato interprete della versione italiana della canzone del film Rififi, dal romanzo omonimo di Auguste Le Breton, che ci riporta all'uso creativo della lingua nel romanzo criminale; qui trovate anche la prefazione di Pinketts a una riedizione di quel libro. Dunque, anche se oggi si abusa spesso del termine "noir" - nato in Francia nel 1945, anche in quel caso da una collana e da un colore di copertina, quello della Srie Noire dell'editore Gallimard - si pu dire che sia questa la vera base di Pinketts. Che in fondo interpretava anche nelle sue apparizioni in pubblico un tipico personaggio da film noir, con Borsalino, trench e sigaro.
A seguito della sua presenza nell'antologia Giovani cannibali di Einaudi,  stato definito un autore pulp, termine che a lui e agli appassionati della letteratura popolare americana richiamava le riviste di narrativa popolare degli anni Trenta e Quaranta, ma che per qualche tempo  servito a indicare un certo numero di autori italiani. Un'altra etichetta riduttiva. In realt il nostro  l'unico autore di un proprio genere: il genere Pinketts.
Partito dal giallo umoristico, come vedrete nei racconti dei tre ebook realizzati dalla Biblioteca Sormani, prende poi la strada del noir ironico-filosofico, soprattutto con i romanzi su Lazzaro Santandrea a partire da Lazzaro, vieni fuori (ora ripubblicato dall'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts); e quella di una narrativa liberamente surreale nei racconti, arrivando forse alla massima dimensione epico-mitologica con la raccolta E dopo tanta notte strizzami le occhiaie (Mondadori, 2019).
C' sempre anche qualcosa di autobiografico in ci che scrive Pinketts. Non solo nella narrativa, ma anche nei testi di saggistica, in cui, come constaterete in quelli che qui riproponiamo, trova il modo di raccontare se stesso con la stessa ironia e le stesse solide fondamenta culturali delle sue storie. Tuttavia, le ultime pagine toccano a una presenza costante e fondamentale nella sua vita: chiude questo primo ebook un commosso e commovente ricordo da parte della madre.
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Ah, s? E io lo dico a Pinketts!
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1.
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Le giornate si facevano corte come nani timidi. L'inverno faceva capolino e l'estate capolinea. L'autunno  una sfumatura.
Ero solo nel mio ufficio di detective privato a contare le occasioni perdute della mia vita. Il telefono squill e smisi di contare. Un'altra occasione perduta.
"Potrei parlare con il signor Pinketts?" mi disse il telefono, deliziosamente doppiato da una voce femminile. Risposi che lo stava gi facendo e la voce continu: "Pinketts, devo vedervi subito".
Un click mi imped di auspicarlo, la seorita sapeva ci che voleva. Io, che non sapevo ci che volesse, ripiombai nel nirvana delle aspirazioni in disuso. C'era stato un tempo in cui avrei voluto fare lo scrittore. Ne avevo tutte le chance. Bevevo come Poe, frequentavo ballerine come Esenin e tiravo di boxe come Hemingway. Ma quando si tira di boxe come Hemingway perch scrivere? Tanto vale dirlo a voce.
Lucy, la mia segretaria con ambizioni divistiche, introdusse la mia nuova cliente.
L'avevo gi vista su parecchi giornali Kikka Moro, eletta Miss Paradiso Perduto nel concorso patrocinato da John Milton, il gestore del Paradise Toast, lo snack bar pi inaccessibile a sud-ovest del Pacifico. Si era fatto dal nulla, per questo era cos basso; fumava sigari come i miei e questa era l'unica cosa che avessimo in comune, come il titolo di Miss era l'unica cosa che Kikka Moro avesse in comune con le bambole gonfiate e purtroppo non sgonfiabili, su cui aveva trionfato. Uno scoiattolo di sangue blu che ricordava aprili futuri. Un nonsense che sarebbe potuto piacere a Beckett, ma che piaceva sicuramente a me.
"Mi fate sentire come quando avevo sedici anni" constatai.
"Eravate innamorato?" arross Kikka, pudica.
"No, ero sergente nei marines."
Accenn un sorriso e constat a sua volta: "Mi sembrate turbato".
"Infatti. Da quando Kid Catullo, mirando a me, ha infranto il grosso specchio che era nell'angolo, non sono pi abituato alla bellezza."
Un'ombra malinconeggi sul sorriso dello scoiattolo. "Pinketts, mia sorella  sparita. Vorrei che la ritrovaste".
"Vi assomiglia?"
"S".
"Anch'io vorrei ritrovarla".
Lo scoiattolo si riaccese. "Conosco i vostri metodi e gradirei che non mi faceste la corte. Potrei cedere".
"Paura di perdere la linea?"
"No, paura di perdere i miei princpi."
Per questo l'avevano eletta Miss Paradiso Perduto. Una casta, splendida fifona, che si tolse una rosa dai capelli e me la infil all'occhiello.
"Devo considerarlo un acconto?", tubai beffeggiante.
"Amate essere pagato in rose?", romanticheggi compiaciuta.
"No,  che non accetto denaro dagli scoiattoli".
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2.
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A met pomeriggio la rosa di Kikka Moro era leggermente sfiorita, uno dei motivi per cui mi affeziono solo ai gambi.
Verso sera capitai al Paradise Toast dove, se non avessi trovato informazioni determinanti al caso Moro, avrei comunque trovato un whisky che faceva al caso mio. Chiesi a un barman, voluminoso come la ricerca del tempo perduto, dove potessi trovare Milton.
"Perch?" ghestapeggi Pontone.
"Perch so qualcosa che crede di sapere solo lui." Alludevo al fatto di quanto fosse brutto, ma il bluff funzion, grazie alla coscienza sporca che faceva da tappezzeria.
John Milton mi ricevette nel suo ufficio, attiguo al bar del Paradise Toast. Alla parete campeggiavano sue fotografie con questa o quella diva, tutte, beninteso, a cui il cinema muto non avrebbe fatto perdere un granch. Il passato sporco, lavato a secco grazie alle sue iniziative di anfitrione di concorsi di bellezza, lo aveva fatto diventare rispettabile e vanitoso come un pavone innamorato. Quasi come me!
"Pinketts, il ficcanaso per signora", mi riconobbe Milton. "Ti va un whisky?"
La risposta era sottintesa e il suo guardaspalle mi sciropp una dose formato famiglia, finita la quale mi pulii le labbra usando la cravatta di Milton.
"Quando la smetterai di giocare al duro?" paternaleggi il mio ospite.
"Quando la smetterai di portare cravatte come fossero tovaglioli."
Il sorriso gli spar dalle labbra e non fu una grossa perdita. Si credeva elegantissimo, oltre che bello.
"Desideravi, Pinketts?" incalz Brummel. 
Estrassi di tasca uno scoiattolo e lo mostrai a Milton. "Hai visto una ragazza simile a questa?"
Milton tacque e mi riemp il bicchiere. "A che titolo?"
"Sai, lavoro per la protezione animali, sezione tutela della specie, e non vorrei che uno scoiattolo si mischiasse a un porco".
Ingollai il beveraggio mentre il gorilla alle mie spalle rinunciava alla parte de "Il signore desidera?" per estrarre una pistola.
A tamburo, notai, mentre me la picchiava in testa.
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3
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Qualche secolo dopo rinvenni.
Stessa scena. Stessi attori. Era la commedia balorda per me. 
"Un altro goccio, Pinketts?" mecenateggi Milton, infilandomi in gola con un imbuto, una dopo l'altra, il contenuto delle bottiglie di whisky allineate sulla portaerei che gli faceva da scrivania.
"Io porto molto bene l'alcool, per questo lo fanno sempre portare a me."
Quando il giro fin, cominciavo a vederci doppio: vedevo due gorilla e due John Milton.
Per stendere i gorilla tentai il colpo dell'ussaro filippino, un mio trucco che stende sia l'uno sia l'altro. Crollai al suolo.
Dovevano essere di Chicago.
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4
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Mi risvegliai fianco a fianco con la sorella di Kikka Moro, solo leggermente diversa dall'originale, e con la controfigura di un tipo che vedevo tutte le mattine allo specchio con mio grande piacere. Molto diverso dall'originale.
A che serviva il mio sosia a Milton? E la seconda scoiattola? 
Il mio doppione si stava aggiustando il profilo quando con un diretto accentuai le differenze. Ho gli occhi castani io!
Sorrisi protettivo a Kikka senior. "Non ringraziarmi e fila. Creer un diversivo"
"E come?" lampeggi la sorella indicandomi il gorilla di fronte alla porta.
Mi avevano tolto le armi, ma si erano dimenticati i vuoti delle bottiglie. Iniziai il tirassegno e il bestione spar dietro i cocci liquorosi. Uno schifo di natura morta.
La ragazza mi ringrazi e fuggendo comunic: "Corro da mia sorella."
Il mio "Vi capisco" si perse nella fuga.
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5
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Raggiunsi barcollando l'ufficio di Milton, che stava conversando con un senatore che non avrebbe potuto contare sul mio voto. Lo afferrai per il tovagliolo e mi misi a contare le ecchimosi.
Il senatore arring un mea culpa e, per evitarsi un trattamento analogo, spiattell tutto.
Milton eleggeva a Miss ragazze incorruttibili. Poi le rimpiazzava con sbandate sosia per darle in pasto a senatori gaudenti. Capivo Caligola.
Il gioco era fallito quando aveva tentato di ingaggiare la sorella di Kikka, altrettanto carina ma altrettanto Giovanna d'Arco, che lo voleva denunciare e cos stava per farne la stessa fine. Ci aveva provato anche con una mia riedizione per la moglie del senatore: un gigol extra lusso, ma senza il mio stile.
Uscendo dal Paradise Toast, stesi un tale che piantonava l'uscita e andai in ufficio.
Verso sera vi arriv Kikka. Ero ancora dolorante, ma sarei andato alle Olimpiadi con lei. E le avrei vinte.
"Pinketts", scoiattoleggi, "siete stato magnifico".
Lo diceva anche Cristina, la mia ex-moglie, prima di approfondire la conoscenza.
"Solo", continu lo scoiattolo, "non capisco che bisogno ci fosse di picchiare il capo dell'FBI che stava pedinando il senatore".
Glielo spiegai.
Poi parlammo fino a mattino inoltrato. Usava espressioni come "ingenuit", "educazione rigida", "collegio svizzero" e "principe azzurro", parole che non sentivo pi da un pezzo.
A parte "principe azzurro", che  un detersivo.
Sentendola parlare, mi ricordava Cristina e mi faceva venire voglia di dire frasi che avevo messo in cassaforte dimenticando la combinazione.
Si offr anche di prepararmi la colazione. Poi, per fortuna, fece un pessimo caff.
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Racconto da :Il Giallo Mondadori, 1984
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Un apostrofo giallo.
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Che il bacio sia un apostrofo rosa messo tra le parole "T'amo" lo sappiamo tutti, grazie a Cyrano-Rostand. Cosa sia un giallo, invece, rimane un mistero, a volte un mystery.
Il giallo  sottoletteratura, come credono alcuni stolti? Sottoletteratura: una sorta di biancheria intima della letteratura in gessato perch ingessata. Il fatto che il giallo sia considerato un sottogenere da accademici addomesticati  gi una penalizzazione.
La letteratura umoristica subisce in genere lo stesso trattamento. Dal che consegue che un giallo umoristico  un sotto-sottogenere, un calzino bucato ai piedi della letteratura.
Niente di pi falso.
I padri del giallo-umoristico sono i grandi nomi dello humor nero: Ambrose Bierce, autore del Dizionario del diavolo, cugino americano del Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert; Oscar Wilde, sperimentatore nella vita e nell'arte e protagonista del godibilissimo Oscar dei delitti di Walter Satterthwait (Il Giallo Mondadori n. 2331); Alphonse Allais, che dal boulevard arriv alla strada maestra dell'umorismo nero; e persino Jarry, l'inventore della patafisica, ha dato un apporto regale come il suo Ubu all'umorismo a lutto, per non parlare dei gangster di Damon Runyon, autentici Bulli e pupe di paradossale realismo anni Trenta.
Gi, ma cos' l'umorismo? Secondo Lon Pierrequint, critico di Proust, " il modo di affermare oltre la rivolta assoluta dell'adolescenza, e quella intima dell'et adulta, la rivolta superiore dello spirito".
Dunque l'umorista  un rivoluzionario, un barricadero. Lo sono di sicuro Carlo Oliva, Massimo Cirri e Sergio Ferrantino che, dalle barricate di resistenza umana di Linus e di Radio Popolare, combattono il pi letale dei serial killer: il serious killer, l'assassino serioso. Con Il mistero del vaso cinese, giallo demenziale che ha gi avuto una versione radiofonica e una a fumetti (grazie a Danilo Maramotti), il giallo comico ha una vita.
C'erano stati il fulminante, surreale Chico Pipa di Carletto Manzoni; il caotico, sfigatissimo Dortmunder di Westlake; il geniale affabulatore Sanantonio di Dard; e il semiparodistico Lemmy Caution di Cheyney, che prendeva i lettori per la collottola e l'FBI per i fondelli. Ora c' questo Il mistero del raso cinese che usa il demenziale.
Impossibile raccontarne la trama.  come scrivere il plot dei testi di Jonesco o di Beckett. Il teatro dell'assurdo, come il demenziale, ha le sue folli regole. Cercare di spiegarle  un po' come spacciare La cantatrice calva di Jonesco per la storia di Katia Ricciarelli che si fa lo shampoo con un diserbante.
L'inizio  fulminante: un traduttore di gialli trentaseienne e mammone (malgr lui) ascolta una richiesta d'aiuto che fa supporre un omicidio durante una diretta radiofonica. Decide di indagare. Il resto  un helzapoppin con botte in testa, funzionari RAI e Fininvest al posto di gangster, misteriosi giapponesi e la partecipazione di personaggi quali Fulvia Serra, Michele Serra, Gino e Michele, paladini dell'umorismo militante.
 Radiofonicamente poi avevano contribuito a viva (e propria) voce personaggi quali Paolo Rossi, Lella Costa, Maurizio Nichetti e Claudio Bisio, attori schierati di Cuore e di spirito.
Insomma un giallo che, anzich risate sinistre, propone risate di sinistra. Risate che smontano, fuor di ideologia, ma per resistere al nuovo che avanza (se si chiama Bossi), il meccanismo del poliziesco. Il mistero del vaso cinese non ha cadute di tono.  un militante spassosamente affettuoso che guerreggia contro i luoghi comuni di fine secolo.
Si potrebbe forse aggiungere che anche il giallo classico  gi parodia consapevole di se stesso. Agatha Christie non ha creato con Poirot una macchietta buffa e impomatata con l'accento francese come l'ispettore Clouseau? Le battute di Marlowe non sono forse degne di Woody Allen? E allora gli autori, tre incoscienti con una coscienza sociale, ci insegnano forse che, visto che  inevitabile morire, tanto vale morire dal ridere.
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Recensione da Il Giallo Mondadori, 1994
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Non sono un cyberpunk,
al massimo un cyberpink,
nel senso di Pinketts,
ma... ma...
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Non ho mai capito esattamente se sono io a soffrire d'insonnia o se  l'insonnia a soffrire a causa mia, visto che la costringo a tenere compagnia ai miei scombinati pensieri. Sono idee mutanti, scogli senz'acqua frustati da onde di birra. C' un faro, per, nella mia cameretta di trentacinquenne che vive con mamm, come tutti gli psicopatici.
Si chiama tiv.
Quando cedo, mi addormento con la tiv accesa. E navigo tra il sonno della ragione - quello che genera mostri - e aste notturne, repliche di Canzonissima anni Settanta, sceneggiati nei quali Alberto Lupo non aveva perso il pelo n il vizio di vivere, film di Maciste, lezioni di trigonometria e sparatorie di western all'italiana. Non quelli di Leone, quelli dei conigli che si mascheravano dietro pseudonimi americani per firmare pellicole tipo Attento, Alleluja, Spirito Santo ha il colpo in canna.
Mi sveglio di soprassalto alle prime pistolettate. Cerco il telecomando per spegnere quel figlio di Panasonic, ma l'oggetto  caduto sotto il mio lettino. Sono troppo pigro per raccoglierlo e cos ripiombo nella mia personale realt virtuale. Nel mio metaverso popolato da self-made runners, mutanti della mutua. Se non fossi un cyberpirla, prima di coricarmi prenderei una camomilla o del latte caldo in cui inzuppare i sonniferi. Dormirei come un sasso.
E mi perderei il meglio. La contaminazione tra la realt del cielo in una stanza (grazie Gino, offrir un whisky a te e ai tuoi quattro amici al bar) e la finzione dello schermo cannibale che, avendo mangiato pesante, vomita il viaggio del put, pieno di input. Da sveglio, di giorno, oltre a vivere, leggo.
Ho il sospetto che Bruce Betke, autore di Headcrash, passi delle notti identiche alle mie. Da ex-surfista, ex-musicista rock, ex-produttore di salsicce, Betke di giorno si  specializzato. Sulla sua carta d'identit, alla voce "professione", c' scritto "ex". Essendo il ragazzo un discolaccio, avr certamente contraffatto il documento, trasformando cos la professione in "(L)ex Luthor". Perch ha letto troppi fumetti, ma mai abbastanza; perch ha visto tutti i film vietati ai minori di diciotto anni, perch ha saccheggiato il personal computer di Dio.
In Headcrash c' di tutto. Di meno. Betke azzera l'ormai stantio genere cyberpunk. E lo ricostruisce come se fosse il mostro di Frankenstein, zanzando pezzi di cadavere dal western, dal noir, da Pirandello prima che lo santificassero, da Orwell, dai Blues Brothers prima che il superstite restasse figlio unico. Il ragazzo riesce persino a parodiare il compiuto Snow Crash di Neal Stephenson - un pilastro - alzando la zampa e facendoci sopra pip. Non a caso si  aggiudicato meritatamente il premio Philip K. Dick.
Jack Burroughs, il suo frustratissimo personaggio, lavora oscuramente, fantozzianamente, in una multi-multi-multinazionale, vessato da superiori infoiate e vendicative, che anzich le aspidistre di George Orwell lasciano fiorire filodendri. Al momento di essere licenziato (ma la AMD non licenzia, ti mette in castigo) riceve persino i compiti a casa.  costretto a studiarsi i file Vestirsi conformista, indispensabile per l'integrazione. O la reintegrazione, che per lui equivale a una disintegrazione.
Cos matura la vendetta nei panni del suo alter ego virtuale, tale Max Kool, un vero duro in grado di bogarteggiare al Bar Paradiso, dove il barista si chiama Sam, come il pianista di Casablanca; e dove vige la legge di Don Vermicelli, capace di strafogarsi di polpi veraci all'aglio (la ricetta  nell'ipertesto), di spassarsela con le sorelle Silicione, ma anche di assumere in una realt pi virtuale della gi virtuale, sembianze femminili da iperfemmina. Un incrocio tra Valeria Marini e una ninfomane senza cybermutande.
Jack-Max viaggia parecchio, in questo straordinario romanzo, e viaggia esattamente come io dormo. Male. Ma anche al di l del bene e del male. Un po' il pirata Francis Drake, un po' James Bond, un po' uno sfigato di quelli che alle feste del liceo ballavano coi lupi solo perch ululavano di solitudine, il nostro eroe si prepara alla resa dei conti. Ma, se in un western  facile stabilire chi sia il cattivo, attraverso la schizofrenia virtuale, i paralitici diventano campioni di wrestling, il tradimento  sempre in agguato, il sesso da soddisfazione solo agli spermatozoi in rete.
Gi, la rete. The net, direbbe Sandra Bullock, poraccia. Il fatto e che Jack-Max e l'autore, il Grande Betke, sono acrobati da circo che lavorano senza rete. Quando cadono si fanno male. A volte muoiono, dal ridere altrui.
Headcrash  un romanzo in cui per passare inosservati ci si traveste da mele di Magritte, in cui le passioni passano e ritornano. "Lo sfidanzamento dur almeno tre ore d'orologio. Poi li beccai per caso che si facevano una sveltina nel montacarichi." Un libro nel quale l'azienda - qualsiasi azienda, anche i Fratelli Scorza di Limone sul Garda - viene spremuta per creare un succo acidulo ed esilarante. La storia non fa paura. Non  un horror.  molto pi spaventosa perch divertente. A patto di non essere Jack Burroughs (un nome non casuale).
Se ne vedono di tutti i colori. Ma la percezione del colore non  mai la stessa. Alice entra nello specchio e ne esce marinata. Il cyberpunk agonizza depredato da hacker che ne hanno banalizzato le intuizioni. Resta la realt. Animale e virtuale. Banale, letale, a volte geniale.
In un articolo ormai preistorico, Silvia Pagani scriveva sul Corriere della Sera del 26 luglio 1990: "Immaginiamo due bambini. Uno a Roma, l'altro a Parigi. In un giorno non molto lontano potranno giocare insieme a costruire un castello di sabbia su una spiaggia di Rimini. Vedere, toccare, percepire e soprattutto agire a distanza  possibile grazie alla realt virtuale". Grazie a lei, signora. Ma grazie soprattutto a Bruce Betke, che con Headcrash fa giocare il bambino che non  in noi (il "bambino che  in noi"  ormai un Peter Pan da pensionare forzatamente per abuso di luoghi comuni). E il bambino che non  in noi, perde. Vinciamo noi ragazzacci che, pur non avendo partecipato al fenomeno del cyber psichedelico californiano di Timothy Leary, n al Chaos Computer Club di Amburgo, siamo cittadini di un ipermondo in cui  possibile bestemmiare il dio del momento (il tempo fugge; gli scrittori no). Sapendo di esserne perdonati.
 Buon viaggio tra i credenti, gli adepti della chiesa vegentologica, tra il controllo vocale. "Sembra forte vero? Adesso immaginatevi la biblioteca universitaria prima degli esami finali. Con cinquecento laureandi che rispondono tutti quanti sui loro libri di testo. E i libri rispondono." Immaginatevi un ipertesto che definisce la parola babbione (simile a fotone e a bosone, unit quantistica di stupidit). Nell'ultimo caso non siete voi che state per leggere questo libro.
Un libro sapientemente disordinato. Facciamo un passo indietro. Alexandre Dumas - s, quello dei tre moschettieri che erano quattro - diceva: "E il genio? Che ne sar, mentre bader all'ordine?"
Ultimo consiglio (e improbabile): se mai vi capitasse di addormentarvi su questo libro, fatelo con la tiv accesa.
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Introduzione a Headcrash, 1995.
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Benvenuto Rififi.
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Dedicato al cane Benvenuto che in cielo fa pip col cane Rifif.
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Benvenuto Rififi, anzi, bentornato Rififi.
Io ve lo dico, sono un dritto.
A me nessuno fa dispetto.
Lo sanno tutti che  cos,
perch mi garba il rifif.
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Cos cantava Fred Buscaglione, su testo di Buscaglione-Chiosso e musiche di M. Philippe-Grard, legittimando il termine rififi. E buonanotte ai suonatori.
Del resto chi, se non il grande balengo piemontardo, gi reduce da una Chicago di bulli e pupe, poteva ottenere diritto di cittadinanza in una Pigalle fatta di vinile? Sappiamo tutti che l'interprete di Noi duri aveva il cuore grande come un contrabbasso. In fondo era un usignolo con la voce arrochita dall'alcool e dal fumo, che gorgheggiava guasconate dedicate all'amata Fatima Robins: la signora pettirosso e l'usignolo spaccone, bella coppia.
Ci che stupisce  che anche un autentico duro, Auguste Le Breton (mica caramelle), fosse fatto della stessa pasta. Una pasta d'uomo con dei controcojones talmente esuberanti che Brecht li avrebbe potuti immortalare ne L'opera da tre palle.
Gi: il nostro Auguste Le Breton, al secolo (scorso) Auguste Monfort, quando ha coniato il termine rififi, lo ha dedicato alla memoria del suo amato cane. Rififi, appunto.
Ma gira al largo, per piacer,
se t'interessa non saper
cos' il rififi.
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Sempre Buscaglione. Voi, invece, immagino vogliate saperlo.
Si potrebbe tradurre "scontro", "rissa", "regolamento di conti", ma  qualcosa di pi.  impalpabile, al contrario delle pupe che frequento. Fumoso come una canna rollata su un fucile a canne mozze, ma chirurgico come un bisturi che asporta le chiappe a un infame.  evocativo, anarchico, persino poetico. Come il suo autore.
Monfort nasce in Bretagna, ma guarda un po', nel 1913. Insofferente alla disciplina degli orfanotrofi, preferisce il Tour de France dei riformatori, in cui mette a punto il proprio tour de force. Dopodich la (mala)vita  una cosa meravigliosa. Se ne tira fuori grazie alla scrittura, un po' come, anni dopo, il nostro Bruno Brancher, poeta e svaligiatore di gioiellerie.
Il primo romanzo di Le Breton  l'autobiografico Les hauts murs, del 1946: esce dopo sette anni di rifiuti (esattamente come Lazzaro, vieni fuori, di quel balordo di Pinketts). Ma il colpo gobbo Le Breton lo mette a segno nel 1953, quando, su consiglio di Marcel Sauvage - nomen omen - di Paris-Soir, comincia a scrivere romanzi sulla mala, in argot.
Nasce Rififi, che sbanca alla grande senza spargimenti di sangue, pur contenendo una valanga di morti ammazzati da far invidia a Billy L'Anglais (al secolo scorsissimo William Shakespeare). Jules Dassin, nel 1955, lo filma da par suo, su dialoghi del buon Auguste.
Le Breton diventa inarrestabile, anche perch conosce gli svantaggi di finire al fresco, e sforna a raffica una sporca trentina, tutti rififi duri e puri con qualche pennellata di analisi sociologica, squarci di poesia alla Jean Cocteau, revolverate di surrealismo alla Andr Breton (senza il Le).
Purtroppo si invecchia e Auguste passa dall'altra parte della barricata, raccontando le gesta della Brigata Antigang. Roba da freddarlo, anche se i suoi poliziotti, pi che degli stinchi di santo, sono omaccioni che prendono i santi a calci negli stinchi. L'epopea del rififi  da esporre al Louvre. Dopo averlo saccheggiato.
Le regole del milieu sono fratellanza, onore e omert. Chi sgarra schiatta. I buoni sono magnaccia, rapinatori, Robin Nud e Crud. I cattivi svolgono la stessa professione, ma sono infami sciacalli, Giuda da trenta vecchi franchi. Non c' redenzione senza tragedia in agguato. E poi... chi se ne sbatte la Tour Eiffel, di redimersi? L'importante  vendicare i compagni di merende, i "ladri di merendine", direbbe Camilleri. Lo sa bene anche Albert Simonin, che in quello stesso 1953 scrisse Grisbi, altra parola magica coeva, l'apriti sesamo delle casseforti degli editori.
In Rififi, quello che avete coraggiosamente in mano anche se  roba che scotta, c' veramente un universo. C' Tony, minato dalla tibic contratta in carcere, che dopo avere freddato un pokerista poco ortodosso e ustionato col ferro da stiro le tette (lo strumento di lavoro) della sua ex-scaldaletto fedifraga, tenta il colpo grosso. C' lo Svedese, il suo migliore amico, padre tenero e spaccaossa durissimo. Ci sono i nordafricani bastardi, descritti in modo politicamente scorretto come "caffellatte" o "terracotta". C' droga, c' l'imperativo di non immischiare i bambini, ci sono pupe coriacee e "lesbiche un po' bevute".
C' il mondo, porco mondo.
Ma c' soprattutto il linguaggio. Le donne bisogna "scozzonarle" o "strigliare loro la cotenna". Ci sono le regole: "rapire un bambino... non era pane per duri francesi... bisogna avere niente in petto per rubare un bambino." Ci sono battute irresistibili: quando un duro viene torchiato dalla pula, alla domanda "Che mestiere fa?" risponde "La disperazione dei miei genitori." Ed era orfano.
Siamo tutti un po' orfani di Auguste Le Breton.
Mentre scrivo queste righe,  una settimana che  morto il mio cane Benvenuto, un bastardo. Mia madre oggi si  precipitata al canile e adesso una bastardina  entrata nel milieu. Si chiama Venturella, perch  femmina. Fosse stato un maschio, l'avrei chiamato Rififi.
Roba da uomini veri.
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Introduzione a Rififi, 2003
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Postfazione. di Mirella Marabese Pinketts.
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Mai, non saprete mai come m'illumina
L'ombra che mi si pone a lato, timida,
Quando non spero pi...
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Giuseppe Ungaretti. Giorno per giorno (da Il dolore)
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 il 20 dicembre 2018, ore 16.20.
 il commiato di mio figlio Andrea G. Pinketts.
Io gli chiudo gli occhi, gli bacio la fronte ancora calda. Gli bacio le mani operose che hanno dato vita come il suo cervello (possibile che sia spento?).
Il suo cuore cos fremente, del cui fremito ancora oggi mi stupisco, la sua cultura cui il Corriere della Sera rese omaggio definendola enciclopedica, la sua fantasia irruente come un fiume in piena, ricca di personaggi strampalati, straripanti di energia e di umanit... Lazzaro Santandrea, l'alterego della tua saga letteraria, li ha lasciati soli.
Questo commiato mi lascia stremata, i miei occhi sono arsi di lacrime non versate, di urla silenziose che come un macigno mi pesano sull'anima come se mi mancasse l'ossigeno.
Assisto silenziosa agli annunci del telegiornale, agli articoli dei giornali che narrano di lui, del suo percorso di vita, della sua genialit, dei suoi obiettivi raggiunti con la fatica che tutti gli artisti conoscono (taluni, altri meno). La fatica di vivere degli artisti  il foglio bianco, il pennello che non risponde, gli strumenti musicali che emettono suoni stridenti, del marmo che non si plasma.
Io ho creato sul mio viso una maschera di gesso inalterabile, statica. Non volevo che tu capissi, in quei mesi di spasimo tuo e mio, l'evoluzione della malattia che ti ha ghermito. Tu mi guardavi quasi interrogandomi. Hai avuto da me solo parole di speranza.
 solo che questa maschera si  indurita e non lascia spazio a un pianto - forse un po', ma solo un po' - liberatorio. L'hanno chiamata dignit. E ancora una volta tu, Andrea, ti sei dimostrato generoso.
Mi hanno offerto il braccio i tuoi amici, che in un messaggio senza voce mi hanno rassicurata sul timore che mi ha colta al tuo distacco terreno. Temevo che tu fossi dimenticato, che il tuo patrimonio letterario artistico, umano, potesse dissolversi nel tempo. Accade, purtroppo spesso.
I fogli con i tuoi appunti, i libri, che sono stati e sono la nostra costante e fedele compagnia, toccati da mani ignote, che non conoscono il patrimonio culturale che ci appartiene.
Oggi questo timore non esiste pi.
La piccola ombra timida che mi si pone accanto quando non spero pi, non  una piccola ombra,  irruente, dominatrice,  pura energia che annulla il distacco.
I tuoi amici hanno creato l'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts, sull'onda della tua genialit, del rimpianto, della nostalgia. Questa associazione, di cui mi onoro di essere il Presidente, porta e porter a chi non ha vissuto la tua stagione di gloria il tuo patrimonio letterario, i tuoi libri, che daranno soprattutto ai giovani una linfa vitale, adrenalina pura, dialogo spirituale che  nutrito nel tempo.
Noi non ti diremo mai addio,  un'elegia d'amore.
Esserti madre  stato un privilegio.
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FINE VOLUME 1.
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Volume 2.
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Prefazione al volume 2. a cura di Associazione Culturale Andrea G. Pinketts.
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Bentornati nel mondo di Andrea G. Pinketts. In questo nuovo volume realizzato per la Biblioteca Sormani vi proponiamo, per cominciare, il secondo racconto di Ah, s? E io lo dico a Pinketts!: un altro divertissement giallo con protagonista il detective omonimo dell'autore, in un mondo immaginario a met tra l'America dei classici hardboiled e la Milano degli anni Ottanta, in cui tra una battuta e l'altra spunta a sorpresa, prepotente, la vena poetica dell'autore.
Abbiamo scelto per accompagnare il racconto alcuni testi di Pinketts che riguardano tre importanti autori del giallo americano, da lui sempre considerato un punto di riferimento, tanto da arrivare a fondare nel 1993 la milanese Scuola dei Duri, della quale parleremo pi diffusamente nel terzo volume di questa collezione. Come sempre, lo scrittore mescola alle osservazioni sulla letteratura le proprie vicende personali, dando a ogni suo scritto il proprio tocco caratteristico.
Ma soprattutto, dai tre pezzi che abbiamo selezionato - una prefazione, un'intervista e un articolo - emerge la convinzione di Pinketts che non esista una distinzione tra letteratura alta e bassa, ma solo tra libri scritti bene o male, e che il giallo possa essere uno strumento per parlare anche d'altro, senza per questo tradire la sua natura o deludere le aspettative del lettore.
Nell'introduzione a un romanzo dell'americano Rex Stout, il celebre creatore del corpulento detective privato Nero Wolfe e dell'agile assistente di questi Archie Goodwin, Pinketts mette in luce gli aspetti di commedia umana che caratterizzano i gialli di quella serie, che ne permisero una celebre trasposizione televisiva della RAI in forma di memorabili sceneggiati dall'impianto teatrale, con Tino Buazzelli e Paolo Ferrari nei ruoli principali.
In fondo, ci viene suggerito, Wolfe non  che il proseguimento con altri mezzi, pi accessibili al grande pubblico, dello sperimentalismo del romanzo d'esordio di Stout: Due rampe per l'abisso, magistrale per la sua destrutturazione della trama. E pi volte, parlando in pubblico di narrativa gialla, Pinketts ha sottolineato come i due protagonisti, Wolfe e Goodwin, siano un ponte tra il mystery classico all'inglese e l'hardboiled, il poliziesco all'americana da cui si evolve il noir come romanzo sociale.
Non meno importante  la conversazione di Pinketts con un vecchio amico, figura di enorme importanza tanto della letteratura mainstream quanto del poliziesco
Il newyorkese Evan Hunter (all'anagrafe Salvatore Lombino, prima di cambiare legalmente nome e cognome)  un celebre romanziere - non necessariamente di genere, anche se alcune sue opere sono indiscutibilmente venate di noir - che ha collaborato come sceneggiatore con Alfred Hitchcock. Ma i lettori di gialli lo ricordano pi che altro con lo pseudonimo Ed McBain e, soprattutto, per il ciclo dell'87 Distretto, il modello sia per il sottogenere oggi chiamato police procedural, sia per la costruzione narrativa di un serial, letterario o televisivo che sia.
Nel dialogo tra i due, in occasione dell'assegnazione allo scrittore americano del Premio Chandler al Courmayeur Noir in Festival 1996, vediamo emergere l'affinit tra Hunter, l'autore mainstream, e McBain, l'autore di gialli. E l'ultima domanda di Pinketts potrebbe essere lo spunto per il romanzo Candyland, scritto qualche anno dopo, per la prima met come Hunter e per la seconda come McBain, ma di sicuro interamente noir.
L'anno successivo il Premio Chandler viene assegnato a uno degli eredi pi particolari e letteriamente pi significativi della hardboiled school: James Crumley, cui Pinketts dedica un articolo molto sentito, non solo rievocando la prima volta che lo lesse, ma anche notando una volta di pi come il giallo possa essere romanzo a tutti gli effetti, senza troppe distinzioni di categoria.
Ed  proprio questo uno degli obiettivi di Pinketts come autore, a partire da Lazzaro, vieni fuori, il romanzo che inaugura la saga di Lazzaro Santandrea, apparso per la prima volta nel 1992 e ora ripubblicato in volume e ebook dalla nostra Associazione.
"La forza dei suoi romanzi sta nella pirotecnicit degli eventi da lui raccontati con verve istrionica, facendo un uso oculato e dotto della parola, eseguendo veri e propri equilibrismi circensi nell'uso degli aggettivi, degli avverbi, dei nomi e delle figure retoriche", commenta in proposito lo scrittore e saggista Luca Crovi nella sua Storia del giallo italiano edita da Marsilio. "Nelle storie di Lazzaro Santandrea... l'inesauribile desiderio narrativo fiume di Andrea G. Pinketts prende la forma della favola nera, del giallo, del noir, della commedia, dell'horror e del pulp."
E, in chiusura di questo volume, spetta appunto a Luca Crovi il compito di ricordare Andrea G. Pinketts, condividendo con noi le sue spassose "regole del giallo", in cui il nostro autore si prende gioco di un genere in cui le regole, appunto, vanno conosciute per potervi disobbedire meglio.
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Zucchero e nuvole. 
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1.
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Le donne della mia vita se ne andavano tutte prima o poi, fortunatamente la maggior parte poi. Forse non do molte garanzie, ma non sono mai stato un televisore a colori.
Dayna, la mia ex-fidanzata con cui avevo previsto di trascorrere l'estate, mi aveva comunicato che se non l'avessi piantata di fumare sigari e di citare G. B. Shaw, Cristina (la mia ex-moglie) e gli Analecta di Confucio, non necessariamente nello stesso ordine, se ne sarebbe andata.
Al terzo giorno di citazioni, prima della partenza, mi aveva avvertito che non sarebbe venuta al mare con me. Le avevo risposto che tanto sapevo nuotare.
Lucy, la mia segretaria, aveva dato le dimissioni dalla Pinketts Detective N'est ce pas per diventare attrice in una Compagnia che rappresentava Eravamo sette sorelle; in chiave spinta e demistificante, dicevano le locandine. Se le altre sei sorelle erano dello stesso calibro di Lucy, avrei proposto all'autore di inserirmi nello spettacolo nella parte del fratello incestuoso
Ero quindi solitario come un anacoreta cristiano nel proibizionismo caldeo, nel mio ufficio, quando la ragazza entr
Avrebbe potuto fare l'ottava sorella senza raccomandazioni. Ma non era il tipo: sapeva di puritanesimo e di fragole fresche.
"Siete il signor Pinketts?" tortoreggi
"E in questo momento ne sono lieto", galanteggiai.
"Signor Pinketts, mio padre, il dottor Bouvet, inventore, ha creato un sacco di cose notevoli."
"Da quello che vedo, non posso che convenirne!"
"I suoi due soci gli hanno sottratto il progetto del frullatore di Sacher, al quale lavorava da due anni e che non aveva ancora brevettato: un ordigno che rende qualsiasi cosa frullata... innocua come una torta Sacher. Mio padre non pu rivolgersi al controspionaggio perch, essendo pacifista, non vuole che un Paese in particolare si impadronisca di un'arma tanto contesa. I suoi soci vogliono venderlo ai migliori offerenti e dopo due anni di lavoro mio padre perderebbe il Nobel per la pace e la tessera del cinema d'essai."
"Il nome", ruggii.
"Federica", rispose Fragole Fresche.
"Non il vostro, lo si indovina dal sorriso. Quello dei due ex-collaboratori, se non le ripugna", casanoveggiai.
"Ah, i suoi due ex-protetti e traditori: Victor e Hugo!"
"I miserabili!" m'indignai, patriottico.
"Pinketts, siete un paladino. Sono nelle vostre mani."
Non chiedevo di meglio. Ariosteggiai: "Federica, suo padre riavr il suo frullatore e il mio onorario me lo pagher in torte Sacher o prestandomi la sua tessera per il cinema d'essai! A proposito, avete visto Casablanca?"
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2.
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Mi stavo aggirando per la citt semideserta in cerca di Victor e Hugo, che probabilmente si erano rifugiati in qualche alberghetto sotto falso nome, in attesa di contatti.
Capivo il Dottor Bouvet. Non avevo mai preso un premio Nobel n credo, nell'eventualit che lo prenda, che sarebbe per la pace. Ma perderlo deve essere un boccone amaro, come la torta Sacher in un ristorante cinese.
Al quarto alberghetto. spiegai a un portiere sordomuto, con una mimica che mi avrebbe fatto vincere una caccia al tesoro, cosa fossero un frullatore di torte Sacher, due traditori del Paese e un biglietto da dieci dollari.
Nel registro c'erano due tipi che corrispondevano, almeno a gesti, alle descrizioni di Federica: due pseudomessicani, Giuda y Scariota.
Mi feci prestare una logora divisa da un cameriere che, pur non avendo la mia taglia atletica, a giudicare dalla faccia doveva avere una taglia in ogni Stato.
Bussai alla camera di Scariota che, se non era Hugo, non poteva che essere Victor. "Sono il fattorino, desiderate far colazione in camera? Abbiamo frullati di tutti i tipi e torte Sacher."
Abbocc, pensando che fossi un contatto: la peggior imitazione di un messicano ebraico che avessi mai visto.
"Chi rappresentate?" mi chiese. Squadrandomi. La defenestrazione di Praga vista da Picasso nel periodo rosa.
Per contro gli feci un occhio nero, mentre mi spiegava che il frullatore l'aveva con s Giuda, nascosto - per esterofilia o alto tradimento - alle montagne russe del Golgotha Luna Park.
Dopo averlo imbavagliato, uscii fischiettando l'aria di Eravamo sette sorelle.
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3.
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L'ultima volta che ero andato a un luna park era con Cristina, la mia ex-moglie, solo che per un freudiano scambio di identit a quei tempi Giuda ero io.
Giuda aspettava sotto il baraccone col frullatore e un leone di pezza vinto al tirassegno, che stringeva nervosamente. Detesto chi maltratta i leoni e ruba i frullatori. Ho anch'io una mia etica, bench molte persone lo dubitino.
Mi avvicinai a un nugolo di bambini vicini al venditore di zucchero filato. Molti di loro sarebbero diventati degli ex-mariti, qualcuno magari omosessuale, qualcun altro un ladro di frullatori di torte Sacher, ma in quel momento erano dei bambini che assistevano alla magia dello zucchero che tenta di assomigliare alle nuvole. Ne avevano tutto il diritto. Come Federica di ricordare fragole fresche e suo padre di aspirare al Nobel. Ognuno aveva il diritto di vedere il suo zucchero diventare nuvole. E Giuda stava rubando zucchero e nuvole per trenta denari.
Dovevo impedirglielo.
Anch'io forse avevo rubato zucchero e nuvole a Cristina, ma non per trenta denari. Completamente gratis e per sbaglio.
Bloccando Giuda e quelli come lui, gliene restituivo un po', senza che lo sapesse. Il che, da parte mia, era molto nobile; per questo lo facevo: le mie nuvole di zucchero.
Agii prima di diventare troppo sentimentale: mi vengono i foruncoli!
"Giuda, fuori il frullatore!"
"Siete autorizzato a trattare?"
Nicchiai.
"Male!" rispose.
"Mi autorizzo subito!"
E cominciai a trattarlo male. Al quarto dente mi consegn il leone di pezza, al decimo il frullatore. Non avrebbe pi potuto sorridere per un pezzo, mentre rubava nuvole di zucchero.
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4.
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Un'ora pi tardi nel mio ufficio, dopo aver chiamato Federica, infilai la foto di Dayna nel frullatore e ne usc una torta Sacher. Funzionava!
Bussarono alla porta. Aprii ed entrarono Lucy e sei pin-up con champagne e bicchieri.
"Pinketts, ho saputo di Dayna e pensavo che ti sentissi solo. E poi la compagnia di Eravamo sette sorelle si  sciolta e le ragazze vorrebbero fare qualcosa per te."
Le ringraziai per il buon cuore e per gli altri notevoli attributi, ma per quella sera rifiutai.
"Non sei in forma, Pinketts?" si preoccuparono all'unisono le sette sorelle.
"Eppure sei in perfetto aspetto fisico", adul Lucy.
"Vestito lo sembro, ragazze, ma in confidenza... ho una grossa voglia di Fragola."
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Troppi cuochi.
Dall'introduzione a Rex Stout, Alta cucina, 2020
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Mia zia Olghina  morta ottantenne nel 1977 lasciandomi un'ingente eredit, che ho scrupolosamente dilapidato nel corso degli anni. Era un donnino con un carattere di ferro. Proprietaria terriera, pur senza pulsioni sadomaso, otteneva il rispetto di quelli che considerava i servi della gleba aggirandosi tra le sue tenute (ex mie) con un frustino di cuoio.
Eppure era generosa coi suoi servi. Affittava primari se uno dei loro figli aveva il morbillo. Faceva beneficienza, vergognandosene. Per pudore. In et giovanile si era innamorata di un giovinotto di classe sociale inferiore e i suoi genitori impedirono l'unione. Da allora zia Olghina divent una vergine di ferro nota in tutta la Romagna. Fu lei a ispirare la canzone Eulalia Torricelli da Forl.
Ogni volta che rileggo Nero Wolfe, mi viene in mente la zia Olghina, nonostante la stazza. Sono due zitelloni (non una nubile e un celibe) intrattabili e classisti, dotati di grande sensibilit e inaspettato altruismo.
Rex Stout da scrittore sperimentale quale era stato nel suo primo romanzo - How Like a God, un fiasco - speriment un innesto orchideaceo. Tra il mystery e il giallo d'azione. Nero Wolfe  la mente. Archie Goodwin il braccio. Ma un braccio dotato di vita propria. Un Fortebraccio. Un Braccio di Ferro.
Tra il monumentale geniale ciccione e il suo mobile intelligente assistente esiste, in fondo, lo stesso rapporto di Oscar e Felix, indimenticabili protagonisti de La strana coppia di Gene Saks. Nonostante le divergenze palesi (Archie  uno sciupafemmine, Wolfe misogino), il loro matrimonio, non consumato, funziona come pochi altri. Archie  un Watson ironico nei confronti del suo signore e padrone, Wolfe  un padre-padrone che spesso si rivela padrino, non nel senso mafioso del termine.
L'autore della saga si chiama Rex Stout. E forse non a caso Nero  un re e, per quanto riguarda lo stout, un forte bevitore di birra. Nomen omen.
Wolfe  europeo nonostante sia nato a Trenton, quello del New Jersey, non quello del Trentino. Archie  dannatamente americano essendo nato in una fattoria dell'Ohio. Wolfe inizia la carriera all'amministrazione civile dell'Impero Austroungarico, entrando poi nel servizio segreto come una specie di James Bond sovrappeso. Il suo luogo d'elezione  il Montenegro, prima ancora che ne inventassero l'amaro che Wolfe, in quanto bevitore di birra, avrebbe disdegnato. Ma il Montenegro di cui parla Stout, senza mai averci messo piede,  una sorta di paese da operetta. L'Italia guerresca immaginata da un taxista di Caracas. Eppure funziona.
Nel 1930 Wolfe in pratica adotta quel ragazzaccio di Archie Goodwin, acquistando una casa d'arenaria sulla Trentacinquesima Strada, diventando detective e promuovendolo suo assistente. Da qui inizia la convivenza forzata, sebbene fortemente voluta dalla strana coppia, in cui il cibo e la passione per le orchidee di Wolfe sono il contraltare della passione di Archie per le donne.
Gialli? Certo, ma, come accade sempre per i veri scrittori, anche qualcosa di pi. Non a caso il critico letterario Joseph Warren Beach aveva dichiarato di How Like a God (nell'edizione italiana Due rampe per l'abisso, N.d.R.), senza Nero e senza Archie, che dal punto vista formale e strutturale  un fulgido esempio della tecnica del romanzo del Novecento. Rex Stout, che fisicamente e intellettualmente somigliava a George B. Shaw, ha dimostrato che il giallo non  un genere ghettizzabile. Ma al contrario, se mi passate il termine, sghettizzante, in cui lo sperimentalismo si pu sposare con l'alta cucina.
E a proposito di Alta cucina, non dimentichiamo che il titolo originale di questo romanzo  Too many cooks. Forse in letteratura ci sono troppi cuochi. Persino due grandi scrittori come Vzquez Montalbn o il nostro Camilleri ci propongono piatti che, dopo una notte brava o un tormento d'amore, farebbero diventare chiunque anoressico. Rex Stout, grazie a Nero Wolfe e al suo cuoco Fritz Brenner, rende qualsiasi cosa appetibile e appetitosa.
Peccato che non abbia incontrato la zia Olghina.
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Vorrei essere Hemingway. Andrea G. Pinketts incontra Ed McBain.
Da G. La rivista del Giallo, 1997.
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PINKETTS: Come sai, una volta il pubblico del giallo e del noir in Italia era un pubblico di specialisti o di appassionati, mentre ora quasi tutti i lettori non credono pi nelle barriere tra i generi. Tu non hai mai avuto questo problema: in un'intervista che ti avevo fatto per Esquire nel 1990 ti dicevo che eri shakespeariano. Shakespeare  quello violento e crudele del Titus Andronicus, quello divertente de Le allegre comari di Windsor, quello romantico di Romeo e Giulietta, ma soprattutto tutte queste cose insieme. Vorrei partire allora con una domanda culturale, molto culturale: come mai ti sei fatto crescere barba e baffi da marinaio di Coleridge?
McBAIN: Preferisco pensare che assomiglio a Hemingway! In effetti  successo questo: in giugno ho avuto un infarto e sono rimasto in ospedale per due settimane, durante le quali non mi sono fatto la barba. Il risultato mi  piaciuto. Ti fa risparmiare tempo la mattina, ti tiene caldo la notte...
PINKETTS: Mi auguro che ti faccia risparmiare tempo per scrivere.
McBAIN: S, proprio cos.
PINKETTS: Io ho letto tutti i tuoi libri tradotti in Italia ma, a proposito di aspetto fisico, ne ricordo uno firmato Evan Hunter, intitolato Il profumo dei dollari, alla fine del quale c'erano una quindicina di tue foto. In ognuna facevi una parte diversa.
McBAIN: Non erano tutte mie. Ce n'era una in cui fumavo una sigaretta e una in cui avevo una calza in testa...
PINKETTS: Sono passati molti anni da quando l'ho letto, ma ricordo che le foto in fondo al libro mi facevano pensare alla moltiplicazione delle tue personalit.
McBAIN: L'aspetto divertente ne Il profumo dei dollari era che i personaggi delle fotografie erano criminali, avvocati dediti all'inganno, falsari da quattro soldi, mentre a interpretarli erano miei amici, tutte persone rispettabili. Diventava uno scherzo col lettore, che diceva: "Questo lo conosco, non  un delinquente,  un commercialista!"
PINKETTS: Una cosa non esclude l'altra.
McBAIN: Ma per quanto riguarda la moltiplicazione delle mie personalit, sono convinto che tra i libri di Evan Hunter e quelli di Ed McBain ci sia una notevole somiglianza nello stile ma non nei contenuti. Si avvicinano nello stile, sempre di pi col passare degli anni, ma non nei contenuti: se cos fosse io non saprei quello che sto facendo. C' una grossa differenza tra lo scrivere un mystery e lo scrivere un romanzo puro e semplice.
PINKETTS: Io non so fino a quanto sia veramente possibile questa separazione. Perch in ogni romanzo di McBain dell'87 Distretto ci sono molte storie che si fondono: c' effettivamente una trama principale, in cui consiste il mystery, ma a volte per il lettore sono pi interessanti le vicende di contorno.
McBAIN: Vedi, il motore principale di una storia di McBain  sempre un cadavere.
PINKETTS:  bello parlare di se stesso in terza persona.
McBAIN: Lo posso fare perch sto parlando come Evan Hunter, in questo momento. In un romanzo che firmo Evan Hunter, il motore principale non  il cadavere. Pu essercene uno, da qualche parte, in qualche momento, ma non  questa la ragione per cui sto scrivendo. Il cadavere  quasi accidentale. Cosa che non avviene in un romanzo di McBain, nel quale stipulo un contratto con il lettore: si parte da un cadavere e si scopre come lo  diventato.
PINKETTS: Ti  mai capitato di iniziare un romanzo da Hunter e finirlo involontariamente da McBain?
McBAIN: Mi  capitato con un testo teatrale che non  mai stato messo in scena. Mi era stato chiesto di scrivere una storia ambientata a Spanish Harlem, il quartiere ispanico di New York. Nella mia storia c'erano dei poliziotti, anche se non avevano niente a che fare con l'87 Distretto e non indagavano su un caso di omicidio. Il lavoro non venne mai prodotto, cos lo trasformai in un romanzo, intitolato Lo spettacolo  finito, che si adattava perfettamente all'87 Distretto:  la storia di un piccolo malvivente asserragliato in un appartamento con degli ostaggi, mentre tutte le forze di polizia cercano di stanarlo. Leggendolo, ti rendi conto che il romanzo  nato come testo per il teatro.
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L'ultimo vero Chandler.
Da G. La rivista del Giallo, 1998.
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Era il 1981. Autunno, credo. Anche se non ci scommetterei le palle, visto che ne ho solo due. Maestose, ma sempre due.
Da una copertina del leggendario Giallo Mondadori occhieggiava un titolo dal richiamo irresistibile: L'ultimo vero bacio. Sapeva gi dal titolo di grandi sonni e di lunghi addii. E, se mi permettete, anche un po' di bandoleri stanchi alla Vecchioni.
Il romanzo non solo manteneva le promesse, ma ti lasciava capire che la quarta di copertina, al contrario delle solite promesse da marinaio indispensabili nel marketing, era un giuramento di Moby Dick. L'epica affrontata a muso duro da un autore che conosceva il disagio di essere sopravissuto all'et dell'oro. Quando Elvis era magro. E soprattutto vivo. Il romanzo di un reduce dalle risate omeriche come le ubriacature. La storia di un detective privato alla ricerca di un padre, nella pi bella tradizione della tragedia greca. C.W. Sughrue era ancora pi stropicciato dalla vita del trench di Marlowe, indossato abusivamente da tanti epigoni.
Non solo oggi che James Crumley ha vinto il Premio Chandler, mi viene in mente che il suo Sughrue somiglia un po' a Chandler stesso: il Chandler salvato sotto la doccia, imbottito di alcool e di psicofarmaci, dopo un patetico, risibile, ma non per questo meno drammatico tentativo di suicidio.
Torniamo al 1981. Io a quei tempi, per evitare il servizio militare, fingevo di essere pazzo. Grande interpretazione, ottenuta senza sforzo apparente. Incontrare C.W. Sughrue, con le sue medaglie e magagne appuntate direttamente sull'anima, mi salv da un suicidio alla Chandler. I miei libri sul comodino erano allora Addio alle armi, per ovvie ragioni, e L'ultimo vero bacio. Da allora compro ogni romanzo che contenga nel titolo la parola "ultimo", sperando che non sia l'ultimo di quell'autore. (Vi consiglio Ultima luce di Sergio "Alan" D. Altieri, autore pi distruttivo che autodistruttivo!) Quell'ultimo per me  un ultimatum. Quello che ogni antieroe di Crumley si pone, sforzandosi di rispettarlo.
Come vincitore del Premio Chandler, Crumley  in buona compagnia: Leonardo Sciascia (meglio vivere un giorno da civetta che cent'anni da pecora) James G. Ballard (sconsigliato a chi  sprovvisto di airbag), Frederick Forsyth (un uomo chiamato Sciacallo), Graham Greene (il nostro agente a Courmayeur), Manuel Vzquez Montalbn (un uomo chiamato Carvalho), Osvaldo Soriano (che non  pi triste, solitario, n final, perch sghignazza finalmente in compagnia di Laurel & Hardy), P.D.James (che in ascensore puoi scambiare per la donna delle pulizie), Fruttero & Lucentini (gli uomini della domenica, con l'aspetto di sacerdoti di un tempio egizio) ed Ed McBain (uno, nessuno e 87 Distretto).
Nulla togliendo ai succitati, che godono dei miei favori per quanto gliene possa fregare, Crumley  l'unico a cui Chandler avrebbe assegnato il Premio Chandler, rodendosi il fegato con l'orgoglio del padre mitologico destinato a essere divorato dal figlio.
Crumley ha musica. Crumley  musica. Quella malandata che esce miracolosamente da un juke-box fuori uso. L'et dell'oro forse non  mai esistita, ma la musica  ancora qui, reduce da tutti i Vietnam di questo mondo e forse anche da altri, disponibile come una puttana dal cuore d'oro a rallegrare di illusioni le serate dei disillusi. "I veri scrittori sono quelli il cui pensiero occupa tutti gli angoli", scriveva Hugo in Pietre. Quelle di Crumley, oltre che pietre miliari, sono pietre rotolanti, rolling stones. Anche se lui avrebbe preferito Hank Snow.
Torniamo al 1981, per l'ultima volta, giuro. E superiamolo. Da quell'anno in poi, Pike Borsa e io ci siamo battuti per segnalare all'editoria italiana il nostro James Crumley. Quel bastardo di Pike avrebbe dovuto scrivere queste righe, ma da autentico personaggio di Crumley  momentamente on the road. Cos mi ha lasciato l'onere e soprattutto l'onore, di parlare a ruota liberissima di un tale capitato sulla nostra strada. Uno scavezzacollo, autenticamente cinico-sentimentale, che racconta se stesso e gli States per quello che realmente sono. Un samaritano nemmeno troppo buono. Ma buonissimo rispetto agli abitanti di quell'inferno provinciale che si estende da costa a costa.
Insomma, tra il dire e il fare c' di mezzo il bere. Ma anche con calici amari si possono fare brindisi straordinari. Tristi, solitari e finalmente premiati.
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Le regole di Pinketts. di Luca Crovi e Andrea G. Pinketts.
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 il 20 dicembre 2018, ore 16.20.
Andrea ha sempre avuto il senso della frase. Non ne pronunciava mai una a caso. E sceglieva oculatamente i titoli delle sue opere. Selezionava con istinto, gusto e grazia tutte le parole che pronunciava. Non gli ho mai sentito pronunciare un verbo, un nome o un aggettivo fuori luogo n fuori tempo. Sapeva il tempo delle battute e non le sbagliava mai. Non l'ho mai visto esagerare nelle espressioni. Ne conosceva il peso e il suono. Sapeva benissimo quali usare per colpire e sapeva quelle che doveva evitare per ferire.
S, perch Andrea, come Cyrano, sapeva che le parole possono far emozionare ma anche sanguinare. Era un acuto recensore, un abile raccontatore di storie, un fine umorista e un sagace noirista. La sua grammatica di vita gli aveva insegnato che nulla doveva essere fuori posto nel vocabolario che usava. E, proprio per mostrarvi la sua abilit di giocoliere e funambolo di parole, vorrei condividere con voi lo speciale decalogo del giallo che scrisse apposta per me, per inserirlo nel mio primo saggio Delitti di carta nostra, edito da PuntoZero nel 2000.
Andrea scrisse queste frasi prendendosi beffe del reverendo Ronald Knox e di S.S. Van Dine, ma consapevole dello scopo e della dignit della letteratura di genere che ha perseguito per una vita. Scrisse queste regole al bar con la sua stilografica su un foglio di carta bianco. Mi spiace non averlo tenuto, ma quello che Andrea butt gi in pochi minuti  ancora oggi vivo. Mi auguro che seguirete i suoi consigli come ho fatto io.
Non avere regole. Piuttosto un Attilio Regolo massacrato che faccia il pesce in barile. Le regole frenano l'entusiasmo dello scrittore e di conseguenza del lettore. Del resto persino Holmes collaborava con gli "irregolari" di Baker Street.
Non date retta alle stupidissime regole di Van Dine. Egli stesso era il primo a non rispettarle. Secondo me le ha scritte per rovinare la concorrenza. Meglio allora, le regole di Van Damme. Un bel calcione circolare stende il lettore o lo sprona alla competizione.
Il giallo  un Cavallo di Troia. Un contenitore di persone che infiniti addurranno lutti agli Achei! Ma anche la scatola magica che custodisce atmosfere irripetibili. Riempitela senza esitare. La vita non  perfetta. Il delitto nemmeno.
Il cadavere non  un corpo freddo. Il rigor mortis non pu eliminare totalmente il calore che il personaggio ha emanato in vita. La vittima dev'essere viva quanto l'investigatore. Tutti e due sono fatti di carta e sangue caldo. Il sangue freddo  prerogativa dell'assassino.
Non infilate in una storia poliziesca dieci gemelli. Il parto sarebbe difficile.
Il colpevole non torna quasi mai sul luogo del delitto, specialmente se  pattugliato. Cercatelo "altrove". Altrove  casa sua.
Il detective deve avere caratteristiche umane contemporaneamente probabili e improbabili. Suggerirei un epilettico che faccia l'equilibrista.
I personaggi non devono essere degli stereotipi. Ogni figura deve avere possibilit di riscatto. Specie se si tratta di rapimento.
Quando descrivete una donna nuda non indugiate su particolari morbosi quali ascelle pelose e sudate. Il lettore ne ha gi viste troppe ai Bagni Miramare di Rimini. Dovrete stupirlo.
Non date retta a nessuna di queste mie regole e neanche a quelle degli altri. Scrivete pure alla fallo di segugio. La vita  stramba. La letteratura si adegua.
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FINE VOLUME 2.
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Volume 3.
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Prefazione al volume 3. a cura di Associazione Culturale Andrea G. Pinketts.
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Bentornati nel mondo di Andrea G. Pinketts. Anche questo terzo e ultimo volume della collezione della Biblioteca Sormani di Milano si apre con un giallo umoristico e surreale con protagonista lo stesso Pinketts; stavolta non  pi il detective hardboiled in un luogo immaginario che abbiamo incontrato nei due volumi precedenti, ma il se stesso giornalista degli anni Ottanta, impegnato in un'indagine che ha come sfondo un celebre circo e il Natale.
Anche se da questo racconto non si direbbe, Andrea non ama molto il Natale, o almeno non negli anni Novanta-Duemila, quando a Milano i bar di quartiere divengono pi luogo di ristorazione per il personale degli uffici che ambiente di socializzazione: per la maggior parte sono aperti nei giorni feriali per l'intervallo pranzo, ma chiudono la domenica. Il giorno di Natale diventa una "superdomenica". Anche se a Santo Stefano vige invece la tradizione del pranzo con gli amici - la grande famiglia estesa - a casa dalla madre Mirella, seguito da una partita a poker di quelle che ispireranno Ho fatto giardino.
Quella di Pinketts  davvero una famiglia molto estesa, che gli gira intorno e si muove con lui, in una casa arredata con i tavolini de Le Trottoir e dei bar di Milano e altrove su cui lui si mette a leggere o a scrivere e si lascia interrompere dai visitatori cui d udienza.
Alla voce "leggere", oltre ai giornali e alle riviste, oltre ai fumetti (soprattutto Bonelli) e ai periodici Mondadori come Il Giallo e Segretissimo, e a volumi di narrativa e saggistica di ogni genere, non mancano nelle sue tasche e nelle sue borse i libri da presentare: dal 1992 in vari locali che mettono il loro spazio a disposizione - per citare i principali, il Caff Portnoy, poi il Post Caf (in seguito Boulevard Caf), l'Emporio Isola, il Sud Dinner Bar e il Balub Bistrot - l'appuntamento del gioved sera  il Seminario per Giallo e Bar, cui si aggiungono serate estemporanee a Le Trottoir e, per un certo periodo, gli eventi di Borderfiction all'Admiral Hotel.
All'inizio dei Seminari, Pinketts  affiancato dal poeta ed ex-rapinatore Bruno Brancher, poi da Tecla Dozio della Libreria del Giallo, quindi per una ventina d'anni all'amico e collega Andrea Carlo Cappi; a loro si unisce il "musico" Alberto Azarya in arte Maestro Zac, che accompagna le serate con le sue canzoni, alcune delle quali scritte a quattro mani con Pinketts. La compagnia si sposta spesso in giro per l'Italia tra presentazioni e festival del noir.
Sono oltre un centinaio di occasioni all'anno in cui lo scrittore organizza incontri pubblici con scrittori, giornalisti, personaggi di vari campi della cultura e dell'attualit, ma anche con autori esordienti che senza di lui non avrebbero visibilit nel mare magnum dell'editoria. Un'attivit culturale volontaria e gratuita durata oltre venticinque anni, che ha regalato soprattutto a Milano uno o pi appuntamenti culturali alla settimana, divertenti e informali.
Alla voce "scrivere", i romanzi pi noti sono sotto gli occhi di tutti o torneranno a esserlo presto; ma, come stiamo vedendo, ci sono numerosi articoli, saggi, prefazioni e racconti sparsi che l'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts sta cercando di recuperare, a volte dai manoscritti originali.
In questo ebook trovate per esempio la prefazione a un libro su Vallanzasca, il pi celebre criminale milanese, poi incontrato in un raro intervallo di libera uscita del "bel Ren" (soprannome che, si  scoperto in quell'occasione, Vallanzasca ha sempre detestato); e un celebre articolo dal numero inaugurale della mitica rivista Nocturno, che riflette la convinzione - da parte di una persona coltissima - che la "cultura popolare" sia una componente fondamentale della "cultura" in genere.
Questa  anche la base di una delle idee pi importanti di Andrea G. Pinketts: la Scuola dei Duri di Milano, come attesta il "manifesto" qui riportato integralmente.  il 1993, epoca in cui la citt  da un anno sotto i riflettori nazionali per i fatti di Tangentopoli e l'inchiesta Mani Pulite.  anche l'epoca in cui il giallo italiano, pur avendo avuto gi numerose figure di spicco, alcune delle quali milanesi, sta lottando per essere riconosciuto. Da tempo Il Giallo Mondadori scopre ogni anno nuovi autori attraverso il Premio Alberto Tedeschi, intitolato al suo fondatore, e sotto la guida del direttore Gian Franco Orsi e del caporedattore Lia Volpatti ha introdotto in appendice il Racconto italiano. A Bologna  sorto il Gruppo 13, con il pioniere Loriano Macchiavelli e un grande scopritore di talenti, l'editore Luigi Bernardi.
Pinketts decide di smuovere le acque anche a Milano, ispirandosi alla hardboiled school che con il noir raccont l'America a partire dagli anni del Proibizionismo, portando il giallo fuori dai salotti e dalle camere chiuse. Mobilita autori locali (ai nomi che cita va aggiunto anche quello di Alessandro Riva) e la Libreria del Giallo "La Sherlockiana", fondata da Gian Franco Orsi e diretta da Tecla Dozio, figura che presto sar di riferimento per il giallo italiano. Lancia un concorso per racconti a sfondo milanese aperto anche ad autori non milanesi, in cui i cinque Duri originali e Tecla faranno da giuria. Nel 1995 ne nasce una raccolta edita da Stampa Alternativa, Crimine - Milano giallo-nera, in cui si possono trovare nomi in vista del genere in quegli anni e negli anni a venire.
Nel tempo la "scuola" si disperde ma al tempo stesso si espande, mantenendo sempre come polo di attrazione Andrea G. Pinketts e la sua idea del "noir come ultimo romanzo sociale". Tra i tanti autori che seguono percorsi paralleli va citato Stefano Di Marino, forse pi noto per i suoi romanzi di spionaggio internazionale firmati Stephen Gunn, ma in realt autore con entrambi i nomi di importanti contributi al filone hardboiled milanese e oggi forse il pi venduto e il pi letto scrittore di narrativa di genere in Italia. In questo ebook trovate un suo ricordo dei primi incontri con Pinketts.
Pur essendo un fautore e un tutore del giallo italiano, milanese e non, come scrittore Pinketts non si limita peraltro al noir e i suoi stessi noir trascendono le regole e i limiti del genere gi a partire dal primo romanzo, Lazzaro, vieni fuori, ora disponibile nella sua edizione definitiva con tanto di "contenuti speciali", curata e pubblicata dall'Associazione Culturale Andrea G. Pinketts nel quadro della futura riedizione delle opere complete dell'autore.
Al momento dell'uscita del libro e di questo ebook siamo quasi a due anni di sua assenza fisica, da poco sottolineata dalla prematura scomparsa anche di Pogo il Dritto, amico storico trasfigurato da Pinketts nell'omonimo personaggio che accompagna l'alter ego Lazzaro Santadrea nelle sue avventure. Ma il motivo per cui certi libri vanno preservati e resi disponibili  che i loro autori e i loro personaggi hanno sempre molto da dire a lettori sempre nuovi.
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Merry Circus.
Giallo natalizio al Circo Togni.
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1.
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Quando il cielo si rade, la sua schiuma da barba cade sulla terra. Noi la chiamiamo neve.
Natale. Natale senza neve  come un circo senza clown.
Era quasi Natale. C'erano un circo e la neve. La citt era invasa da zampognari e venditori di caldarroste. I venditori di caldarroste d'estate vendono gelati. E gli zampognari? Aspettato un altro Natale, come i bambini.
La mia fidanzata era andata alla settimana bianca. Avrebbe incontrato un istruttore di sci e al ritorno mi avrebbe detto: "Restiamo buoni amici".
Il Natale  fatto cos.
Il Direttore mi aveva convocato. Era raggiante. " Natale, Pinketts."
"Per questo  felice come una Pasqua?"
"Certo. Come fai non lasciarti coinvolgere? Jingle Bells, Tu scendi dalle stelle..."
"No. Di solito faccio reportage."
"Ecco, appunto: un regalo per te." Mi consegn una busta. Non era pesante. Poteva contenere un assegno.
"Non doveva disturbarsi."
"Figurati, Pinketts. Ti piace il circo?"
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2.
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La busta conteneva un biglietto per il Circo Togni e qualche informazione. Il Circo Togni  uno dei pi prestigiosi del mondo (pubblicit gratuita! Mandatemi un cadeau, che so, sei contorsioniste).
Era uno di quei circhi centenari che hanno visto passare la storia. Guerra e pace. Leoni (Tolstoj), elefanti e ballerine. Domatori indomabili. Cani fedeli. Rinoceronti cornuti.
Il Circo Togni era passato dal mitico Darix al figlio Livio, che ne aveva raccolto la pesante eredit. Prova a pagare la tassa di successione su un elefante. Come minimo devi andare da un notaio di Calcutta.
Il Circo Togni era tornato agli antichi fasti. Uomini e animali convivevano in un Eden sotto un tendone. Tanti Adami e tante Eve. C'era anche il serpente. E le mele in cui tiratori di balestra conficcavano frecce a occhi chiusi. C'erano donne stupende e donne barbute. Livio Togni e la moglie Christiane dirigevano una grande famiglia. Tutti fratelli sotto il tendone. E non del genere Caino e Abele. Ognuno dava il meglio di s per gli altri.
I clown facevano divertire i bambini alla faccia dei videogiochi. I trapezisti facevano sognare i paralitici.
Il circo non muore.  un po' come le stagioni. Torna, anno dopo anno, per far ridere nuovi bambini e sognare nuovi paralitici. E ridere e sognare bambini paralitici.
Il tendone copriva il cuore del circo. Era primo pomeriggio. Niente spettacolo, o per lo meno uno spettacolo c'era. Si chiamava France. Era una ballerina con due gambe di fronte alle quali Carla Fracci avrebbe fatto la morte del cigno. Un cigno morto d'invidia.
"Sono Pinketts, cigno. Dovrei fare un reportage sul circo."
"Forse  il momento sbagliato. Abbiamo subito diversi incidenti inspiegabili."
La cosa si faceva interessante. "Del tipo?"
"La settimana scorsa una roulotte ha preso fuoco improvvisamente. E la donna cannone  dimagrita di cinquanta chili: Qualcuno le ha fatto scivolare nella vasca da bagno le alghe di Vanna Marchi.
"Allora funzionano veramente?"
"Non so. Tra le alghe c'erano anche dei piraa."
"Ora  all'ospedale?"
"No. Al ristorante. Deve recuperare cinquanta chili o le salta il numero."
" da una settimana che si verificano questi incidenti?"
"Certo. E non sono finiti. Il mangiatore di fuoco  scappato con la piccola fiammiferaia: qualcuno deve averla pagata per sabotarci il numero. Livio Togni non sa pi che pesci pigliare, tanto pi che fa il domatore.
"Chi pu avere interesse a rovinare il pi grande spettacolo del mondo? La televisione ha rovinato il cinema, ma chi pu voler rovinare il circo?"
Un elefante barr.
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3.
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L'elefante era fatto come una scimmia. Saltellava come impazzito seminando il panico tra i presenti. Dei clown cercarono di fermarlo e l'elefante si fece una risata.
Io e France arrivammo mentre un trapezista, lasciandosi cadere sul sedere dell'elefante, gli faceva un'iniezione sedativa. L'elefante si afflosci.
Livio Togni gli estrasse dalla proboscide dei resti di noccioline.
"Qualcuno ci ha messo sopra della cocaina. Un elefante cocainomane? Se continuano cos mi salter lo spettacolo di Natale. Non pu succedere. Natale e il circo sono indissolubili.
"Gi, dal circo di Betlemme. Il primo Natale del mondo, il primo circo del mondo. Non c'era un granch: solo un bue e un asinello. Per quanto a pubblico...
"Sono duemila anni che funziona. Chi vuole distruggere il circo  un po' come volesse distruggere Natale. Ci hanno gi tentato con l'Epifania. Non c' pi religione.
"Si calmi, Togni. Mi chiamo Pinketts, dovevo solo fare un reportage. Ma questo  terrorismo bello e buono."
"No,  solo terrorismo. Di bello e buono non c' proprio nulla."
Non era vero: c'era France.
Uscimmo dal tendone e ci recammo alla sua roulotte. Nonostante il freddo, lei indossava solo un body di scena che le lasciava scoperte le lunghe gambe.
"Scusa, France, non hai freddo?"
"Ma va'. Il circo riscalda il cuore."
"Il cuore d'accordo, ma le gambe?"
La roulotte aveva tutti i comfort della vera casa. E in pi non c'erano portinaie ficcanaso che ti leggono la corrispondenza. Entrammo nella camera da letto. C'erano solo un cuscino e un materasso.
"Dov' il resto del letto?"
"Noi del circo facciamo tutto senza rete."
France mi raccont di s. Era fidanzata con l'uomo pi forte del mondo, un certo Ursus. Meno male che non c'era la rete.
I cattivi pensieri mi passarono di colpo.
Del resto era Natale.
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4.
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I Fratelli Ruben non erano fratelli. Facevano i giocolieri.
Si chiamavano Ruben tutti e due ed erano simili come due gocce d'acqua. Per questo tutti pensavano che fossero fratelli.
Anche loro.
Stavano provando un numero in cui, camminando su un filo, si lanciavano delle bocce.
Una mano guantata tagli il filo con delle cesoie.
Le bocce caddero al suolo, seguite dai fratelli Ruben.
Si ruppero tutti e due la gamba destra.
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5.
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Livio Togni era agitatissimo.
Un domatore coraggioso infila la testa nelle fauci di un leone. Ma un leone  un amico.
Il circo stava infilando la testa nelle fauci di un nemico nell'ombra.
L'ombra  nemica del circo.
Il circo ha bisogno di luci. Le luci dei riflettori che illuminano il coraggio.
Togni spense la luce.
Aveva paura. 
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6.
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Coco, il clown, stava prendendo a randellate Momo, un altro clown.
La randellata provoc un trauma cranico a Momo.
Qualcuno aveva sostituito il randello.
Il sorriso dipinto sul volto di Momo guardava il sorriso dipinto sul volto di Coco.
Nessuno dei due aveva pi voglia di sorridere.
Solo un tipo dalle mani guantate.
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7.
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Decisi di fare conoscenza con gli altri membri del circo. C'erano Helena, una contorsionista; Ursus, l'uomo pi forte del mondo; Tano, il nano; Venere la strabica; Bingo, il lanciatore di coltelli; e Ghisletti, un ragioniere.
Ursus mi guardava con diffidenza. Helena mi guardava con occhi contorti. Venere era strabica. Bingo, il lanciatore di coltelli, mi guardava come se stesse prendendo la mira. Il ragionier Ghisletti mi guardava dietro lenti spessissime.
Erano gli ultimi acquisti del circo. Ne erano entrati a far parte da poco tempo. I sospetti erano quindi incentrati su di loro.
Chiesi a Ghisletti: "Cosa ci fa un ragioniere al circo?"
"Ha mai provato a lavorare in banca?"
"Una vera barba", disse la donna barbuta. Si era materializzata alle mie spalle.
"Qui ho trovato la mia vera dimensione", continu il ragionier Ghisletti, "e ho trovato anche l'amore." Abbracci la donna barbuta.
Uno di loro era presumibilmente il colpevole. Non potevano esserlo tutti. Succede solo nei treni di Agatha Christie.
Helena la contorsionista si accavall le gambe sopra la testa: un chiaro tentativo di seduzione.
Venere la strabica mi strizz l'occhio. 
C'era qualcosa nell'aria, qualcosa di ben diverso dalla pulizia del mondo circense.
Tra questi personaggi, qualcuno voleva minare il circo.
Come trovare un movente prima di Natale? Come impedire che il pubblico perdesse il pi bello spettacolo del mondo? Che i grandi tornassero bambini?
Per lo spettacolo di Natale era un dovere. Che i bambini, per una volta spegnessero la televisione. Che le casalinghe dimenticassero le telenovelas. Era il miracolo che il circo faceva rinnovare. Un miracolo ripagato da applausi anzich da santini.
Lo spettacolo deve continuare.
Se la gente andasse di pi al circo non ci sarebbero guerre.
Basterebbe trovare un domatore di Gheddafi.
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8.
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Accompagnai Helena alla sua roulotte. Era molto pi stretta di quella di France. Del resto, Helena, era una contorsionista.
Mi infil una gamba tra i fianchi e ci ritrovammo avvolti.
"Sei sempre cos snodata con gli sconosciuti?"
"Solo con quelli che mi piacciono."
Helena mi baci sul collo. Aveva anche la lingua snodabile: mi percorse il collo e mi si infil in bocca dall'altra parte.
Qualcosa mi si avvolse tra le gambe. Pensavo fosse un arto di Helena.
Era un pitone.
Mi smontai Helena di dosso e corsi all'uscita.
"Hai avuto paura? Non c' da preoccuparsi. Divido la roulotte con la domatrice di serpenti."
"Non  questo Helena.  che per fare certe cose bisogna essere in due.
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9.
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Un coltello si piant a pochi centimetri dalla mia testa.
"Buon Natale." Era Bingo, il lanciatore di coltelli.
"Preferisco i biglietti d'auguri." 
Bingo sorrise. "Questo  il circo. L'unico posto al mondo in cui se lanci un coltello a qualcuno, speri di non farlo fuori."
Era vero. Il circo  l'unico posto al mondo in cui la violenza  bandita, in cui i leoni non sbranano nessuno, in cui il rischio  una scorciatoia della bont.
I fiocchi di neve cadevano imperterriti. Tra poco sarebbe stato Natale.
Il ragionier Ghisletti camminava abbracciato alla donna barbuta.
France andava a braccione con Ursus.
Venere la strabica doveva fasciare le gambe destre dei fratelli Ruben. Fasci le gambe sinistre.
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10.
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La vigilia di Natale qualcuno si premur di far ingerire agli elefanti dose massicce di purganti.
Eravamo nella merda.
"Lo spettacolo si far lo stesso", disse Livio Togni alla moglie.
"Oui", rispose Christiane, che era francese, "chi pensi sia stato?"
"Non lo so. Dieci anni fa avrebbero detto che erano stati i fascisti. Io credo che qualcuno voglia far morire il circo. Parte del pubblico spera sempre di veder cadere il trapezista. Poi, quando il trapezista non cade, si sentono sollevata la coscienza. Qui c' qualcuno che vuole che il trapezista cada. Non ha coscienza. Neanche a Natale."
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11.
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Il giorno dopo era Natale. Famiglie intere entravano nel magico tendone lasciandone fuori i conflitti generazionali.
Cavallerizze bellissime si rincorrevano festose. Nulla sembrava aver turbato il cuore del circo. Solo qualche sussulto. L'infarto era mascherato.
Da clown.
Assistevo allo spettacolo da dietro le quinte. Al mio fianco France si mangiava le unghie.
" nervosismo?"
"No.  appetito. Mi sento sempre un vuoto allo stomaco prima di uno spettacolo."
I clown cominciarono a farsi scherzi eterni. I bambini ridevano. Non sarebbero rimasti bambini in eterno. Ma, divenuti adulti, avrebbero portato i propri figli al circo. A ridere di quegli scherzi antichi che nei propri cuori di adulti avevano il sorriso del ricordo.
Due delle specialit del Circo Togni erano il rinoceronte e l'ippopotamo. Animali difficilissimi da addomesticare. Solo l'uomo si addomestica facilmente: basta corromperlo.
I tamburi rullavano. Uomini muscolosi e ragazze bellissime attendevano il proprio turno. Un clown sgusci tra i suoi colleghi e si avvicin alle gabbie. Era l'unico clown in guanti neri e occhiali scuri.
Mollai France e lo seguii. Stava armeggiando con una serratura.
"Ehi, tu, cosa stai facendo?"
"Ma io, veramente..."
Mi avvicinai e il clown tocc una pompetta. Dalla finta margheritona schizz un fiotto di acido. Mi manc di un bel metro. Il clown si diede alla fuga. Lo inseguii, ma lui si divincol tra i carrozzoni.
Girai vanamente tra le roulotte mentre applausi fragorosi sancivano il rinnovarsi di un Natale a pi piste.
Un coltello mi si piant a qualche metro di distanza. Che fosse Bingo? Troppa poca mira.
Entrai nella roulotte di Helena, la contorsionista. C'era solo il serpente. Uscii di corsa.
Provai a bussare al camper del ragionier Ghisletti. C'erano solo fatture.
Ursus si stava allenando a spezzare catene coi pettorali.
"Hai visto un clown con gli occhiali da sole?"
"S. Ce l'hai proprio dietro."
Mi girai di scatto. Ursus ruppe le catene e mi fu addosso. Si mise a stringere.
"Ehi, non sono una catena!"
Niente da fare. Mentre le mie ossa scricchiolavano, il clown con gli occhiali da sole incit Ursus. "Rompilo. Poi possiamo continuare."
Livio Togni arriv trafelato. Prese una frusta e dom Ursus. Non gli mise la testa nella bocca: l'uomo pi forte del mondo aveva l'alito cattivo.
Quando Ursus fu domo, mi lanciai all'inseguimento del clown. Entr in un carrozzone e lo imitai. Mi puntava contro una pistola.
"Puoi pure toglierti gli occhiali neri. So chi sei!" 
"Davvero?"
Pi della pistola, mi facevano paura quel sorriso dipinto, quella finta allegria, quel cerone che mascherava l'odio e la follia, quel naso rosso come il sangue.
Il clown si tolse gli occhiali.
"Buongiorno, Venere. Anzi, buon Natale."
"Come facevi a sapere che ero io?"
"Indizi. Quando mi hai strizzato l'occhio la prima volta, in realt lo stavi strizzando a Ursus. Solo che, essendo strabica, ho pensato che lo stessi strizzando a me. Poi, con la margherita ad acido, mi hai mancato un buon metro. Infine col coltello non mi hai neanche scalfito. Sei un killer strabico, Venere, e forse anche miope. Perch tutti questi attentati al circo?"
Venere mi guard con lo sguardo incrociato.
"Odio il circo. Mio padre era trapezista. Un uomo sempre con la testa tra le nuvole. Conobbe mia madre durante un triplo salto mortale e nacqui io. Avevo delle aspirazioni. Volevo fare l'impiegata al catasto e invece niente. Sempre dare allegria. Felicit. Non ne potevo pi. Il mio spettacolo preferito non  il circo,  Tribuna Sindacale. Invece ho dovuto passar la vita vendendo gioia ed emozioni. Sono banale, noiosa e ho passato la vita vestita di lustrini. Io, che amo i calzoni alla zuava. Poi ho incontrato Ursus e l'ho convinto ad aiutarmi. Avremmo distrutto il circo e poi ci saremmo trovati un buon posto all'ufficio sportelli. Quella sarebbe stata vita!"
Venere premette il grilletto.
Spar.
Dalla pistola usc una bandierina con scritto BANG.
Cose che capitano sparando con pistole da clown.
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12.
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Lo spettacolo fu un successone. Il Circo Togni avrebbe continuato a fare sorridere bambini ed ex-bambini.
Venere e Ursus furono arrestati.
Passai alla roulotte di France per salutarla. Aveva fatto mettere la rete al letto.
"Corro a casa a scrivere il pezzo. Ehi..." Indicai la rete del letto. "Hai cambiato abitudini?"
"No.  il mio regalo di Natale per te."
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FINE.
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 nata la Scuola dei Duri.
Manifesto della scuola dei duri, 1993.
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"Caro lettore! Dipende da te o da me che queste cose capitino
o non capitino nel limite rispettivo delle
nostre sfere d'azione.
Ebbene, allora, che esse avvengano!"
Charles Dickens, Hard Times.
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"Il coraggio  una cosa che si organizza, che vive e che muore, che bisogna tenere in ordine come i fucili", scriveva Andr Malraux.
Per fondare un movimento letterario, una scuola, ci vuole un bel coraggio, ammetterete. Se poi questa scuola letteraria nasce nell'ambito del giallo,  necessario addirittura essere degli eroi. Il giallo  gi penalizzato dagli intellettuali che lo ritengono l'alternativa ferroviaria alle parole crociate e che, se lo apprezzano, lo fanno con un sorriso cardinalizio, quasi a scusarsi di una debolezza quasi innocua. E cos sia.
Alt. E cos era.
Viviamo in un momento storico in cui le becere certezze della cultura stanno tremando come la Bastiglia del tempo che fu e traballano come le mura di San Vittore per il sovraffollamento. La rivoluzione  alle porte. Le innamorate alle finestre. Finestre da cui gettare, festose, fiori ai rivoluzionari. Incruenti.
I grossi papaveri hanno preso una papera di troppo. Il Grande Vecchio  rimbambito. L'innocenza ha guardato il proprio ritratto e, come Dorian Gray, si  vista per quello che : un vespasiano graffitato da lettere di raccomandazione. La lettera rubata di Poe  il nostro unico furto.
Chi siamo? I cultori del mistero, i lettori e gli scrittori di gialli costretti dalla societ letteraria, fondata sulla resistenza, a riunirci nelle catacombe. Siamo quelli che hanno sempre creduto che non esista una letteratura alta come antitesi alla letteratura bassa. Abbiamo, semplicemente, sempre creduto che esistessero romanzi scritti bene e romanzi scritti male. Abbiamo cercato e trovato il giallo ovunque: negli intrecci della tragedia greca, nei regolamenti di conti hardboiled di Shakespeare, nella Londra minorile di Dickens, nel suicidio di Madame Bovary.
Il mistero nasce con l'uomo che si pone domande sulla propria origine: chi  stato, Dio o il Big Bang? Un classico whodunit.
Il mistero continua con l'uomo che si interroga sulla propria fine. Dopo la morte c' Il grande nulla di Ellroy, l'anima del Grande Gatsby a spasso con Daisy o La grande abbuffata di spiritualit dei pi speranzosi? La risposta : "Boh?"
Il mistero non  la propria soluzione. Il mistero  il proprio tragitto. Il viaggio di un interrogatorio sedentario con Nero Wolfe o dinamico come Archie Goodwin?
Per liberarci dai pregiudizi sul giallo, abbiamo scelto la comunione. Comunione e liberazione. Ci siamo riuniti ed  nata una scuola. Come, a partire dagli anni Venti, un gruppo "caldo" di scrittori si un sulle pagine di Black Mask, la rivista diretta dal capitano Shaw, dando il via a singole e brillanti carriere, cos nasce una nuova Scuola dei Duri. Nasce a Milano, citt stufa di essere considerata "da bere", come facevano i pubblicitari, e da mangiare, come facevano gli amministratori.
Il nostro debito  con la scuola bolognese del giallo. Il Gruppo 13, capitanato moralmente da Loriano Macchiavelli, assembla scrittori diversi come l'amarognolo Gianni Materazzo, la storica Danila Comastri Montanari, il noir Lorenzo Marzaduri: sensibilit e talenti disparati che, riuniti in antologia, si sono coalizzati con brillanti iniziative targate Metrolibri, Granata Press, per far s che Bologna la dotta, Bologna la grassa, sia anche Bologna la gialla.
E Milano? Milano - che ha avuto cantori come De Angelis, Scerbanenco, Perria e che ha il maestro acquarellista in Renato Olivieri - da oggi complotta, ma alla luce del sole.
Gioved 17 giugno, al Post Caf di corso Garibaldi 39,  nata la scuola milanese. Fondata dal sottoscritto Andrea G. Pinketts, in pieno possesso delle proprie facolt, e dal professor Carlo Oliva. Come comitato scientifico, la scuola milanese dei duri vanta gi due entusiastiche iscrizioni d'ufficio: Sandro Ossola e Davide Pinardi. Le iscrizioni sono naturalmente aperte.
Lo scopo  creare un movimento di scrittori diversi tra loro che riportino Mediolanum gialla come capitale morale. L'enigma, il sociale, il surreale, il fantastico sono i benvenuti. La prima iniziativa che sancir la nascita della "scuola"  l'invito a parteciparvi. Aspettiamo racconti con Milano a fare da sfondo. Vanno indirizzati a: Libreria del Giallo, piazza San Nazaro 4, Milano, con la dicitura Andrea G. Pinketts - La scuola milanese dei duri.
Non  un concorso, Non ci sono premi. La possibilit  quella di riunirli entro un anno in un'antologia. L'editore per ora  un mistero.  qui il bello.
Carlo Oliva ha pubblicato Tra di noi (Baldini & Castoldi), Sandro Ossola Pi bianco del bianco (Mondadori), Davie Pinardi A sud della giustizia (Interno Giallo), io Lazzaro, vieni fuori (Metropolis).  "singolare", ma siamo pluralisti.
La Milano della scuola accomuner le suggestioni della Scapigliatura ai deliri dei futuristi, il surreale di Buzzati di Paura alla Scala all'atroce e sublime Scerbanenco, a cui intitoleremo in seguito un premio. Renato Olivieri ci far da zio saggio, Il Giallo Mondadori da affettuoso fiancheggiatore, il Post Caf da sede per incontri di aggiornamento.
Siamo ricchi. Di amici: Oreste Del Buono e Sergio Bonelli, il primo come nume tutelare, il secondo con l'Almanacco del Giallo, sono candidati alla nostra riconoscenza.
Non esistono controindicazioni da luogo di nascita: Luigi Tenco  nato nelle Langhe, eppure appartiene alla "scuola genovese". Nessuna finalit politica: per citare Pasternak, "la politica non mi dice niente".
Due parole sui fantastici quattro (Stan Lee dixit): Carlo Oliva, traduttore di James Ellroy e Jim Thompson, firma di Linus, voce di Radio Popolare con una rubrica sul giallo, nonch insegnante di lettere amato dai suoi studenti come il prof de L'attimo fuggente, ha pubblicato Tra di noi - Racconti di soprannaturale urbano, in cui Milano  sfondo violentemente tenero e magicamente quotidiano; Davide Pinardi, collaboratore de La Repubblica, che ha insegnato ai detenuti di San Vittore,  stato finalista al Premio Calvino e con A sud della giustizia ha scritto un libro di disperato ottimismo noir; Sandro Ossola, traduttore di Chester Himes e Manuel Vzquez Montalbn, ha scritto Pi bianco del bianco, in cui un fustino pieno di droga diventava la versione milanese del Falcone Maltese; infine il sottoscritto, che ha all'attivo Lazzaro, vieni fuori, storia ambientata in Trentino ma con un protagonista fortemente metropolitano, dar alle stampe l'anno venturo Il vizio dell'agnello, il primo romanzo della "scuola" neonata, in cui Milano allegra e disperata ha le guglie del Duomo come coltelli e i piccioni come avvoltoi.  stato per il mio lavoro da giornalista per Esquire che mi ha permesso - travestito da vu cumpr, al dormitorio di viale Ortles, nel reparto agitati e nelle segrete della Stazione Centrale - di sperimentare Milano nelle pieghe ignorate da Giovanni D'Anzi e da Tangentopoli.
Ma ci sono state anche la Milano di Maria Alberta Scuderi (Assassinio al Garibaldi) e di Piero Colaprico (Sequestro alla milanese) ad arricchire un caleidoscopio di suggestioni. E c' persino la Milano di Nero di Tiziano Sclavi, paradossalmente horror, o quella "bene" di Nicoletta Bellotti (Centro citt). Insomma, il men  giallo come il risotto e l'abbigliamento, tra vecchi eskimo e Burberry, tra Timberland e scarp del tennis,  a un rinnovo stagionale.
Ci mancava un motto. Lo compongo qui con l'esuberante immodestia che nasce dalla partecipazione: "Noi non scriviamo storie da due soldi. Noi scriviamo opere da tre soldi". Spero che Brecht non si offenda.
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Vallanzasca, il bandito di Milano.
Prefazione a Milano calibro velluto, di Francesca Arceri, Bevivino Editore, 2005.
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Contrariamente a ci che scrive Antonio D'Orrico, il migliore scrittore italiano non  Giorgio Faletti, per il quale per altro nutro la massima stima e amicizia, bens Renato Vallanzasca.  stato l'unico, ben prima degli sms, che scriveva da un carcere e riceveva risposta. "Io scrivo, scrivo, ma nessuno mi risponde", diceva una vecchia battuta di Francesco Salvi. Un altro criminale nei confronti delle sovrastrutture.
"C' da spostare una macchina?" si chiedeva Francesco Salvi. "C' da rubare una macchina?" si chiedeva Vallanzasca. Vallanzasca, bene o male,  un eroe del male. Un Robin Hood nudo che rubava ai ricchi per dare, anzich ai poveri, a se stesso, alle sue donne, ai suoi amici.
Vallanzasca non ha mai tradito nessuno.  stato un giocoliere perverso, ma non pervertito, di un gioco pi grande di lui. Il grano facile, il gioco che "quando si fa duro bisogna dimostrare di essere dei duri".
Vallanzasca somiglia agli anni Settanta. C' gente che gira con la spranga. Lui porta la pistola. Un suo amico, un fucile a cui sono state mozzate le canne consapevolmente, un po' come consapevole  la discesa agli inferi del "bel Ren".
Non sto a raccontarvi la storia, la leggerete dopo con il ritmo eccezionale che Francesca Arceri riesce a imprimere tra una rapina e un amore, tra un'amicizia e un tradimento, tra una vendetta e una riconciliazione, tra una fede nuziale e un cappotto di legno.
Vallanzasca non  un pentito.  uno che ha patito la sua improbabile necessit di essere un eroe negativo. Se uccidi incidentalmente in una rapina ti danno l'ergastolo, se uccidi consapevolmente in guerra ti danno una medaglia.
Vallanzasca ha una medaglia al valore mediatico:  riuscito a tenere in scacco stampa, polizia e opinione pubblica. Pi marpione di Alberto Castagna, pi desolato di un cow-boy nella valle solitaria, pi riottoso di un garibaldino nei confronti dei Borboni. Francesca Arceri  pronta, disposta e in grado di renderci l'essenza di uno sciupafemmine che in realt ha sciupato solo se stesso e pochi amici.
Vallanzasca ha collezionato quattro ergastoli e duecentosessant'anni di galera. Ed  un peccato perch se c' uno che riusciva a socializzare durante una rapina o un rapimento era lui. Francesca Arceri ce lo racconta con piglio e puntiglio.
E adesso vorrei condividere con voi una storia.
Premessa: aprile 2001, vengo riammesso dopo un anno all'Old Fashion, che un tempo si chiamava Wanted Saloon. Ero in un periodo pericoloso della mia vita e avevo litigato con i buttafuori. Successivamente le cose si sono aggiustate, persino le costole dei buttafuori.  per questo che sono a favore dell'indulgenza di chi si  reso conto di aver sbagliato. Costole.
Il Wanted Saloon era un locale frequentato da Vallanzasca. La Milano di Giorgio Scerbanenco, di Fernando Di Leo - altro che Fellini - era quella con cui si confrontava Renato Vallanzasca. All'uscita del Wanted Saloon l'allora fidanzatina del "bel Ren" attese per ore finch lui non la riscatt, minacciando di cinghiare le persone che l'avevano cinghiata.
Vallanzasca adesso sta giustamente scontando la sua pena. Io rimpiango di non avere un amico come lui, per quanto Francesca Arceri me lo abbia reso fratello di sangue da non imitare, ma da capire e forse addirittura da interpretare. Il compagno di banco che diventa il compagno di branco e il capo del branco.
Oggi grazie all'autobiografia pubblicata da Marco Tropea, Il fiore del male, e a questo libro abbiamo la possibilit di capire come un ragazzino insubordinato avverta la necessit di trasformarsi in un ragazzaccio. Possibilmente senza vittime.
Vallanzasca donnaiolo, ma fedele. Sequestratore, ma gentile. Sequestrato dall'empatia che noi esseri umani chiamiamo amore. Un uomo disonesto talmente onesto da rifiutare un ruolo strategico nella strategia della tensione.
Questo  il Renato Vallanzasca che esce dal libro di Francesca Arceri, ma che pare non uscir dalla prigione: mai. Ma non ci giurerei.
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Io e il Pink.
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Andrea lo conobbi veramente per la prima volta a Viareggio durante un Noir in Festival che, brevemente, si fece al mare d'estate. Era il 1992.
Per la verit Andrea lo avevo visto diverse volte in redazione. Io stavo a Urania ma, visto che Lia Volpatti (caporedattore de Il Giallo Mondadori) era la mia compagna di banco, come diceva lei, e occupava la scrivania accanto alla mia, eravamo in famiglia. Bei tempi...
Andrea veniva spesso perch collaborava attivamente con il "variet" del Giallo [le rubriche in appendice a Il Giallo Mondadori quando usciva come rivista settimanale, NdR]. Arrivava come un ciclone in redazione. Era fatto cos.
Ci eravamo presentati, guardati con un po' di diffidenza all'inizio perch eravamo proprio due persone differenti. Io ero (allora) abbastanza schivo, concentrato sulle mie cose; lui era gi una star, se non in libreria almeno nel "giro" perch andava in tv, collaborava con Esquire ed era dotato di quella irruente carica di personalit che a me mancava. Io avevo pubblicato un primo romanzo negli Oscar Mondadori nella collana Nero Italiano, dove lui avrebbe potuto entrare a testa alta, ma certe manovre di corridoio non lo avevano permesso. Sapete com' l'ambiente editoriale...
Insomma, potete capire. Giovani (allora) leoni in erba che si guardavano con quelle facce un po' cos che hanno appunto i cuccioli di felino quando scendono alla stessa pozza. Avremmo poi capito che i "nemici" nel nostro ambiente sono altri. Gli incapaci, quelli che vanno avanti a spinte e sgomitate.
Noi no. Anche se eravamo diversissimi anche nell'aspetto (lui alto e magro io baso e tracagnotto) avevamo una cosa che ci accomunava.
La passione per il delitto.
Di carta e di celluloide ovviamente. Perch Andrea, anche se i suoi scritti difficilmente sarebbero catalogabili come gialli classici, della materia ne sapeva eccome. Bastava leggere i suoi articoli sul variet del Giallo per rendersi conto che dietro la continua invenzione linguistica, c'era una preparazione di ferro su autori, registi, film, storie, generi, che non era una verniciatura. Il ragazzo aveva studiato, e non solo gialli, ne sapeva un po' di ogni genere e ci metteva le mani con una scatenata capacit di cogliere il grottesco e l'assurdo anche nella storia pi agghiacciante.
Insomma faceva quello che poi ha sviluppato in una vita di presentazioni e promozioni perch, non vorrei che si dimenticasse, con i pi di vent'anni di Seminari per Giallo e Bar, Andrea  stato un bastione della narrativa popolare in Italia, ha aiutato moltissimi giovani autori e ne ha fatti scoprire altrettanti.
Come mi sarebbe piaciuto leggere una Storia del giallo italiano firmata da lui! E chiss quali irriverenti trovate avrebbe escogitato per ridere di tutto e di tutti (prima d'ogni altro, di se stesso), ma nel contempo creare un quadro vivido e realistico che non toglieva, anzi dava, a tutti ci che era giusto. A questo proposito mi vengono in mente due titoli di articoli che scrisse in quei tempi sulla narrativa popolare per due articoli e che sono un chiaro esempio...s, del fatto che G stava per "Genio".
Uno era un pezzo su H. P. Lovecraft che Giuseppe Lippi gli aveva chiesto per Urania. Lo intitol L'importante  non prenderlo nel Chtulhu. Irriverente? Forse. Provocatorio? Di sicuro, ma il pezzo era centratissimo e lasciava capire che, al di l del burlesque, la materia la conosceva. Era cos: irrefrenabile.
Come quando Davide Pulici gli chiese un pezzo di apertura per il primo numero di Nocturno, che  tutt'oggi l'unica rivista che tratta con cognizione di causa di cinema di genere, italiano e non. Con una mirabile crasi tra cinema e fumetto, tra horror e goliardico, Andrea intitol il pezzo: La notte che Evelyn usc con il Tromba mostrando di conoscere e saper amalgamare gli elementi base della cultura popolare italiana (in questo caso esemplificati dal film di Miraglia La notte che Evelyn usc dalla tomba e il fumetto sexy, il Tromba) che poi sarebbero stati la bandiera della rivista.
E cos ci ritrovammo quella mattina davanti al Teatro Politeama di Viareggio in attesa di partecipare a una panoramica dei nuovi giallisti italiani condotta da Raffaele Crovi. Io ero l per il mio primo Segretissimo che era uscito da un mese e Andrea per Lazzaro vieni fuori. C'erano anche Carlo Lucarelli e Pino Cacucci che ai tempi erano gi famosi.
Perci ci ritroviamo ben prima dell'orario di inizio (folla oceanica dalle dieci del mattino...) al bar di fronte al teatro. Ora, non  che ci si potesse trovare con Andrea in un posto diverso da un bar. Io, intimidito, prendo un caff e lui mi guarda con un divertito compatimento e mi allunga una pinta di birra per fargli compagnia. Stomaco vuoto, poi mezzo Garibaldi... insomma mi sentivo un po' a disagio.
Per nell'attesa (gli incontri con gli autori esordienti italiani iniziano sempre in ritardo) cominciamo a parlare di gialli, di come non ci piacciano i mystery e preferiamo gli hardboiled. Di come sarebbe bello che ci fosse una Scuola dei Duri milanese. E scopriamo anche che, malgrado tutto, di gialli classici ne sappiamo parecchio tutti e due.
A volte si scoprono interessi e passioni che altri non capiscono. Si comprende di essere, pur con le rispettive differenze, a band apart. E cos, tra una birra e un sigaraccio, venne l'ora dell'incontro e c'incamminammo verso il teatro.
Io e lui. Quasi l'articolo "il": il corto (io) e il lungo (lui).
Il giallo italiano...
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La notte che Evelyn usc con il Tromba.
Da Nocturno numero 1, 1994.
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Do you remember "Il Tromba"? Era un fumetto goliardo-cochon degli anni Settanta. Niente a che vedere con Armstrong e Nini Rosso; ma  sempre meglio essere Pecorelli piuttosto che pecoroni.
E La notte che Evelyn usc dalla tomba? Vi fa scattare qualche campanello? Citofona improvvisamente, nel cuore della notte dei tempi senza tempo, al vostro immaginario?  un bel film, genere "gotico de noantri", il cui titolo vale la spesa del biglietto e della videocassetta sulla quale registrarlo nel cuore della notte, quando su Rete 4 Patrizia Rossetti  finalmente andata a letto.
Stavolta Evelyn incontra il Tromba. Un'occasione da non perdere. Mitologie tarocche hanno trovato la propria bibbia: un libro scritto da dio. Forse siamo in ritardo, perch eravamo in anticipo e gli altri non se ne erano, non se ne sono accorti. Il trash  all'ultima moda, ma noi siamo arrivati prima. Pulp, per noi quarantaquattro gatti (in fila per sei col resto di due) significa, da sempre, "polposo". Come le grazie di una stellina o un frutto tanto maturo da essere persino un po' marcio.
Mentre i nuovi arrivati navigano su Internet, noi preferiamo navigare, depistati da sirene che hanno le fattezze di Lilli Carati, nell'inimmaginabile rappresentazione dell'immaginazione. Un Eldorado, una Samarcanda nella quale Zorro pu incontrare Maciste, nella quale le apocalissi non sono tomorrow ma yesterday, nella quale i torrenti trasportano fango ma anche pepite d'oro.
Quando avevo dodici anni andavo al Cinema Cittanova al Giambellino, non essendo un ragazzo della via Glck. Mi sparavo film vietati ai diciotto. Non ho mai smesso di non avere ancora diciott'anni. Cos spero di voi. Lettori fortunati perch appassionati del making of e del fuck off, di storie risibili e disperate. Il cinema  un tempio, un oratorio nel quale si ora o mai pi.
Puzza, a volte, ma per noi  un profumo. Sa di gonne sollevate, di mani sudate che si stringono, timidamente aggressive. Di seghe mentali e non solo (chi  senza peccato scagli la prima Petra Scherbach), di pop-corn. Questa  la storia vera di storie false. Una resa dei conti con la critica togata che non capisce un cacchio, non avendo le palle. Una "cavalcata dei resuscitati ciechi" ma veggenti. L'ultimo vero western all'italiana.
Attenzione, maneggiate l'opera con cura.  fragile proprio perch  preziosa. Le flatulenze diventano venti di guerra. Nel cinema povero ma brutto ci sono cristalli di Boemia. 
Sto mentendo: i film sono infrangibili.
Lucio Fulci ha fatto capolavori da dopolavoro.  stato un lavoraccio, ma lo invidio. Vi cedo tutto Nanni Moretti in cambio di Lando Buzzanca. Questo  il vero Caro diario.
C' una frase di Alexander Pope, un mio collega, che fa: "Fools rush in where angels fear to tread". Potremmo liberamente tradurre in: "I saltimbanchi sguazzano dove gli angeli hanno paura di bagnarsi il culo". Bella traduzione, sarebbe piaciuta a Shakespeare.
Credo per anche nell'esistenza di angeli coraggiosi. Sono quelli che mangiano fagioli.
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FINE VOLUME TERZO E ULTIMO.